Fatti
In un contesto caratterizzato da dazi e guerra commerciale dichiarata e in parte già in atto, esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale, delle imprese, della società civile e del mondo accademico si ritrovano a Davos per l’annuale meeting del World Economic Forum. La piccola località svizzera del Canton Grigioni è in questi giorni il centro del mondo, anche per la possibilità di incontri a tu per tu dei leader mondiali. E non c’è dubbio che la partecipazione del presidente statunitense Donald Trump segnerà dibattiti e confronti. Sull’efficacia di eventi come quello in corso abbiamo parlato con Luigino Bruni, economista e storico del pensiero economico, docente alla Lumsa, direttore scientifico di “The Economy of Francesco” e presidente della Scuola di Economia civile.
Professore, hanno ancora una effettiva utilità appuntamenti come questi per incidere sulle questioni globali più urgenti?La business community ha sempre avuto i suoi riti e i suoi luoghi simbolici. Davos è uno di questi, che quest’anno si caratterizza anche per una forte dimensione politica, in seguito alla crisi scatenata da Trump.
Davos serve a chi è nel club o ci vuole entrare; serve poco alle famiglie, pochissimo ai poveri, che in genere vengono peggiorati nella loro condizione da incontri come questo. Non ho mai creduto al valore di “bene comune” dei vari Davos, e ci credo sempre meno.
Il meeting quest’anno ha al centro il tema “Uno spirito di dialogo”. Nel mondo, però, stanno prevalendo logiche assai contrarie: minacce, egoismi sovranisti, spregiudicatezze… Il mondo, come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, ha potuto svilupparsi grazie ad un intensificarsi di collaborazione e cooperazione tra Paesi. È uno scenario che presto sarà anacronistico o, nonostante le criticità attuali, non c’è alternativa praticabile anche per l’avvenire?
In questi anni (Ucraina, dazi …)
stiamo assistendo alla fine della globalizzazione, almeno nel senso in cui l’abbiamo vista e vissuta in questo quarto di secolo.
I venti, lo spirito dei tempi, soffiano verso nazionalismi e chiusure, che sono dettate quasi sempre dalla paura (di perdere centralità, consenso, privilegi …), e quasi sempre dall’ignoranza e, oggi, dalla mancanza di generosità nei confronti dei giovani e dei bambini. A Davos non vedo né lo “spirito” (nel senso dello spirito del capitalismo, di weberiana memoria), né il dialogo. Assisteremo ai soliti monologhi, presentati come dialoghi.
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La salvezza non viene dalle elites, non è mai venuta. Viene – se verrà – dalle periferie, dai poveri, dai bambini.
I dati forniti in questi giorni da alcune Ong sulla crescente concentrazione della ricchezza mondiale in poche mani e sull’aumento delle diseguaglianze sono impietosi. Siamo destinati ad un mondo nel quale le povertà non scandalizzano più?
Non so, vediamo cosa riuscirà a fare la Chiesa di Papa Leone. I segnali non danno molte speranze, né per la diseguaglianza, né per l’ambiente. Le diseguaglianze, quando superano una soglia, sono molto pericolose anche perché minano il patto sociale: perché, io povero, dovrei stare nella stessa società dei straricchi se da loro non me ne viene più nulla? Il patto sociale del Novecento si basava infatti sul dato di fatto che i più ricchi ridistribuivano parte della loro ricchezza ai più poveri (tramite le tasse e il lavoro). Oggi i venti vanno in direzioni diverse (meno tasse e meno lavoro), e dobbiamo inventarci, presto, nuove ragioni per il patto sociale; altrimenti un nuovo medioevo (fatto di castelli e di signorotti e di servi) può non essere lontano.
Cosa si aspetta esca da questa settimana di confronto a Davos?
Molte parole, alcuni propositi, qualche buona analisi sullo stato dell’arte del capitalismo, molti incontri, lobbying e Side events: e poco più.
Quali dovrebbero essere le questioni in cima alle agende delle classi dirigenti per migliorare le condizioni di vita nel mondo?
Certamente un impegno molto maggiore nei confronti del clima, è molto tardi ma qualcosa si può fare. E poi una grande nuova stagione di investimenti nella scuola, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: senza scuola di qualità, l’Africa, che si avvicina al miliardo di persone, quasi tutti giovani, da grande risorsa diventerà l’incubo del capitalismo. E questo non è giusto, e non dobbiamo permetterlo.
Infine, dovremmo tutti capire (persino i capi di Davos) che
oggi siamo entrati in una grande carestia spirituale,
di cui i giovani sono le prime vittime: nel giro di un paio di generazioni abbiamo distrutto, almeno in Occidente, duemila anni di capitali spirituali, senza generarne altri. Se non ci inventiamo – religioni in primis – qualcosa di nuovo e di globale, il prossimo Covid mondiale sarà la depressione.