Mosaico
La guerra era finalmente finita e lei poteva tornare ad essere Irena. La gente stremata dal conflitto era scesa in strada per festeggiare. In mezzo ai cumuli di macerie di case e vite distrutte, si poteva tornare a respirare, consapevoli che la fatica non era ancora finita. Era autunno, l’inverno era alle porte e bisognava rimboccarsi le maniche per rimettere in piedi edifici ed esistenze. C’era un albero del suo giardino, a cui Irena Sendler teneva più degli altri. Ed è proprio da quell’albero che per la giovane infermiera polacca inizia la ricostruzione della sua vita. E non solo.
Irena Stanisława Sendler nasce nella periferia operaia di Varsavia nel 1910. La sua è una famiglia cattolica. Il padre Stanislaw era medico. Per lui l’arte di Esculapio non era semplicemente un lavoro, era una vocazione. Manca una settimana al 7° compleanno di Irena, quando il padre muore di tifo. Lo aveva contratto curando gli ammalati che altri suoi colleghi si erano rifiutati di curare. Molti di questi malati erano ebrei. Quale segno di riconoscenza, i responsabili della comunità ebraica di Varsavia si offrono di pagare gli studi a Irena. È così che la ragazza conosce da vicino il mondo ebraico, per il quale nutre una profonda vicinanza, che si manifesta in azioni concrete. Come quando viene sospesa per tre anni dall’ateneo di Varsavia perché si era opposta alla ghettizzazione degli studenti ebrei.
Terminati gli studi, Irena inizia a lavorare come assistente sociale nelle città di Otwock e Terczyn. Quando, nel 1939, i nazisti occupano la Polonia, lei torna a Varsavia, dove inizia a lavorare per salvare gli ebrei dalla persecuzione. Nel 1942 entra a far parte della Zegota, la resistenza polacca, formata in gran parte da cattolici, e qui le viene affidato l’incarico di organizzare le operazioni di salvataggio dei bambini ebrei del ghetto.
In quel periodo i tedeschi temevano che un’epidemia di tifo avrebbe potuto spargersi anche al di fuori del ghetto. Irena, che era dipendente dei servizi sociali della municipalità, ottiene un permesso speciale per entrare nel ghetto alla ricerca di eventuali sintomi di tifo. Quando entra nel ghetto, porta appuntata sul vestito una stella di Davide, come segno di solidarietà con la comunità ebraica e per non richiamare l’attenzione su di sé. Inizia così a salvare la vita a centinaia di bambini. I più piccoli vengono portati fuori dal ghetto nascosti tra panni sporchi di sangue dentro le ambulanze. I bambini più grandi vengono sedati e chiusi in sacchi di juta, fingendo che siano morti. In altre occasioni, Irena si spaccia per tecnico delle condutture idrauliche e delle fognature. Entra nel ghetto con un furgone e riesce a portare fuori alcuni neonati nascondendoli sul fondo di una cassa per gli attrezzi. Nel retro del furgone Irena tiene con sé un cane, addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti si avvicinano, coprendo così il pianto dei bambini.
Una volta usciti dal ghetto, Irena forniva ai bambini documenti falsi, con nomi cristiani, e li affidava ad alcuni conventi cattolici – come quello delle Piccole ancelle dell’immacolata a Turkowice e Chotomòw. Altre volte li portava nella campagna, dove li affidava a famiglie cristiane. “Ho mandato la maggior parte dei bambini in strutture religiose – racconterà la stessa Sandler molti anni dopo –. Sapevo di poter contare sulle suore”.
Nell’ottobre del 1943 la Sendler viene arrestata dalla Gestapo e torturata pesantemente. Le vennero spezzate le gambe, tanto che rimase inferma a vita. Ma lei non rivelò mai il suo segreto. Condannata a morte, viene salvata dai compagni della Zegota, che riescono a corrompere con del denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla al patibolo. Il nome di Irena viene così inserito tra quello dei giustiziati e fino alla fine della guerra lei vive nell’anonimato, continuando però ad organizzare tentativi di salvataggio di bambini ebrei.
Ai bambini salvati dalla deportazione Irena affida nuovi documenti e nuove identità, ma sapeva benissimo che per salvarli questo non era sufficiente. Perché andava salvato anche il loro nome. E così, aveva annotato su dei fogli i veri nomi dei bambini, accanto a quelli falsi, nella speranza di poter riconsegnare un giorno quei bambini ai loro genitori. Quegli elenchi li aveva messi dentro a dei barattoli della marmellata, sepolti ai piedi di un albero del suo giardino.
Una volta finita la guerra e l’occupazione tedesca, Irena consegna a un comitato ebraico i nomi dei bambini che era riuscita a salvare. Erano 2.500, molti dei quali sono stati rintracciati, anche se gran parte delle loro famiglie erano state sterminate nei lager.
A ricordare, oggi, il nome della “Schindler polacca”, riconosciuta nel 1965 dallo Yad Vashem di Gerusalemme come una dei “Giusti tra le nazioni”, è il World Jewish Congress sul suo account Ig.
Nel 2007 Irena Sandler è tra i candidati per il Nobel per la pace, ma il comitato norvegese assegna il premio a Al Gore. Lo stesso anno la Polonia la proclama “eroe nazionale”. Ma alla cerimonia di premiazione lei, che ha ormai 97 anni, non riesce ad andare. A leggere un suo messaggio sarà Elzbieta Ficowska, una delle bambine che aveva salvato: “Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria”.
Irena Sandler, insieme ai partigiani della Zegota, riuscì a salvare la vita a 2.500 bambini ebrei. Ma molti altri furono quelli che persero la vita nei campi di concentramento nazisti. Come la piccola Olimpia Carpi. “Olimpia aveva tre anni quando fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau – si legge sulla targa del parco giochi che le è stato dedicato nel capoluogo altoatesino –. Era nata a Bolzano il 27 marzo 1940. I suoi genitori, Lucia Rimini e Renzo Carpi si erano sposati a Mantova ed erano vissuti a lungo a Innsbruck, dove erano nati tutti e due i suoi fratelli maggiori, Alberto e Germana. Nel 1933 la famiglia si era trasferita a Bolzano, dove Renzo aveva continuato ad essere attivo nel settore del commercio. Olimpia fu catturata insieme alla madre Lucia e alla sorella Germana di 16 anni nella casa in cui vivevano, la notte tra il 15 e il 16 settembre 1943”. Il padre e il fratello erano stati incarcerati qualche giorno prima. “Tutta la famiglia fu deportata e rinchiusa nel campo di ‘rieducazione al lavoro’ di Reichenau, vicino a Innsbruck e successivamente al campo di sterminio di Auschwitz, da cui nessuno di loro fece mai ritorno”. In base alle ricostruzioni storiche, la famiglia Carpi venne arrestata in seguito alla delazione da parte di un negoziante loro vicino. Un paio di portoni più avanti rispetto all’abitazione del commerciante delatore, venne ospitato per alcune settimane, nel luglio 1948, prima di partire per Genova e quindi per l’Argentina, un certo Otto Pape, all’anagrafe Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine.
C’è il nome di un’altra bimba che, in questi giorni, ritorna sui social in occasione della Giornata della Memoria. È il 25 marzo 1944 quando Elena Colombo, dieci anni, viene arrestata a Forno Canavese dalle SS. È sola. I suoi genitori erano stati già deportati a dicembre 1943. Elena è l’unica bambina ebrea italiana che ha affrontato da sola l’arresto, la detenzione e la deportazione, attraverso il campo di Fossoli, ad Auschwitz, il viaggio nel vagone piombato, la selezione all’arrivo e la camera a gas. La sua storia è raccontata da Fabrizio Rondolino nel libro presentato nei giorni scorsi a Carpi. Elena era cugina di primo grado di suo padre.
Bisogna mantenere viva la memoria. Bisogna ricordare che i nazisti non conoscevano pietà. Elena era solo una bambina, una bambina sola. E per convincerla a partire, la ingannano e la convincono che andrà in Germania dove potrà ritrovare i suoi genitori. Il giorno prima della sua partenza, Elena scrive alla sua amica Bianca – divenuta nel frattempo una staffetta partigiana – una cartolina: “Devo darti una notizia meravigliosa! Oggi mi hanno annunciato che finalmente potrò raggiungere i miei genitori! Andrò anch’io nel campo tedesco dove lavorano e così li potrò rivedere e stare con loro. Non c’è bisogno che tu mandi pacchi, non preoccuparti più per me. Sono tanto felice! Parto domani per la Germania”.