Chiesa
La campana di Cristo Re, con le sue due tonnellate e mezzo di peso, spinge nel vento il suono del suo do, solenne e profondo. E lo sguardo si alza verso la cima del campanile, alto 57 metri. Proprio come quando, nel 1956, la campana più grande della chiesa di S. Ciriaco, fresca di fonderia, iniziò insieme alle sue altre tre “sorelle” – tra cui una dedicata proprio a s. Ciriaco – a scandire il tempo con i suoi rintocchi.
Oggi come allora Helmuth Kewitsch era lì, ai piedi di quel campanile che svettava nel cielo di Bottrop.
Bottrop è una cittadina estracirdondariale tedesca, che sorge ad una dozzina di chilometri di distanza da Essen, sulle colline poco a nord del fiume Emscher, nella regione settentrionale del Land della Renania Settentrionale-Vestfalia. Il nome della città deriva dal termine medievale Borthorpe, che significa “villaggio presso la collina”. Nota per l’attività mineraria che dalla seconda metà dell’Ottocento caratterizza l’economia della zona, Bottrop è famosa anche per il “Quadrat”, un museo che sorge nel parco della città, dove è custodita una grande collezione di Josef Albers (1888-1976) e di artisti della Bauhaus. Lo stesso nome “Quadrat” rimanda alla famosa serie “Hommage to the Square” (1963) di Albers.
A un paio di chilometri di distanza dal “Quadrat” c’è un’altra costruzione – la chiesa di S. Ciriaco – che, con il suo stile neogotico, gli archi a sesto acuto, le volte a crociera e gli archi rampanti, non passa certo inosservata. La facciata in mattoni, decorata con dettagli in pietra, si estende per 43,5 metri in lunghezza e 22 metri in larghezza. Quelle pietre, Helmuth Kewitsch le conosce una per una. E lui, di quella parrocchia, è realmente una “pietra viva”.
Da 75 anni Kewitsch, che oggi di anni ne ha 86, presta servizio in quella parrocchia come ministrante. E non solo.
La talare nera e la cotta bianca ha iniziato a indossarle nel 1950, subito dopo la prima comunione. Erano, per la precisione, i primi di novembre. Facendo ordine nelle sue carte, Kewitsch ha trovato una cartolina con la scritta “Per il primo servizio al Santo Sacrificio, 6-8 novembre 1950, cappellano Willi Eilert”.
“All’epoca era così – ricorda al portale Katholisch.de – non c’era discussione. Ma questo non mi ha mai pesato. Era come un gruppo giovanile. Mi è sempre piaciuto. Facevamo delle gite di gruppo a Haltern am See o a Gerleve. Era un’occasione per uscire dal paese, cosa che all’epoca era molto rara”.
Quando Kewitsch inizia il suo servizio di chierichetto – così come avrebbe fatto, tre anni più tardi, suo fratello minore – non c’era ancora stata la riforma liturgica del Concilio Vaticano II (1962-1965) e quindi la messa veniva celebrata secondo il rito tridentino. Che richiedeva un coinvolgimento maggiore dei chierichetti, chiamati a recitare le preghiere graduali in latino in dialogo con il sacerdote. “Introibo ad altare Die”, recita ancora oggi Kewitsch a memoria. Vigevano, inoltre, regole severe: le mani dovevano essere tenute giunte all’altezza delle spalle e ogni passaggio della liturgia doveva essere rispettato alla lettera. I ministranti si ritrovavano ogni venerdì per fare le prove e molti dei cappellani che sono passati da S. Cirillo, – ricorda Kewitsch – erano molto serveri.
“La domenica c’erano cinque o sei Messe – racconta –. La prima iniziava di solito alle 6 del mattino. I minatori venivano subito dopo il turno di lavoro. Molti di loro si addormentavano durante la messa per la stanchezza”. Anche il papà di Kewitsch faceva il minatore. La mamma, invece, si occupava della casa e dei due figli, a cui ha trasmesso la fede. Due dei suoi fratelli erano diventati missionari verbiti e anche lei si sentiva particolarmente legata a questa spiritualità. “Qui a Bottrop c’è un piccolo convento verbita e mia mamma ci andava quasi ogni mattina”.
Kewitsch ha da poco conseguito il diploma di maturità quando, nel 1959, la mamma muore. E in casa è il caos. “Eravamo tre uomini soli: mio padre al lavoro e mio fratello ed io stavamo ancora studiando”. Questo spinse Kewitsch a cambiare il suo percorso di studi: invece che studiare greco e latino a Münster, decide di intraprendere a Essen-Kupferdreh gli studi per diventare insegnante. In questo modo rimase vicino a casa e poté aiutare il padre e il fratello. Ha 23 anni quando, nel 1962 inizia a insegnare nella scuola materna e, dopo la riforma scolastica del 1968, ha proseguito la sua attività come insegnante di scuola media. A diversi anni di distanza, Kewitsch non ha rimpianti. Ha sempre amato il suo lavoro ed è riuscito a mantenere viva la sua passione per il latino dando lezioni private. A 24 anni si sposa con Hildegard, che aveva conosciuto durante una festa di carnevale della parrocchia. Anche i battesimi dei loro due figli vengono celebrati nella chiesa di S. Ciriaco. “Quella era ed è ancora oggi la mia casa”, afferma.
Dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II inizia a prestare servizio anche come lettore e come ministro straordinario dell’Eucaristia. E poi, nel 1978, convinto dal prevosto di allora, acconsente a candidarsi nel consiglio pastorale parrocchiale, venendo eletto presidente. Incarico che ha ricoperto per 16 anni.
“La parrocchia – racconta – era il mio secondo lavoro. In questo mia moglie mi ha sempre sostenuto. Senza il suo aiuto e il suo supporto non ce l’avrei mai fatta, visto che ero fuori casa quasi tutte le sere”. Non solo per le celebrazioni e le riunioni, ma anche per le varie iniziative che organizzava. “Si cominciava già a novembre con la processione di San Martino – racconta –. Una volta il cavallo è morto dieci giorni prima della processione e ho dovuto trovarne uno nuovo. Ma non uno qualsiasi. Uno che fosse adatto ad una processione in strada”. Ci sono stati poi i viaggi della parrocchia a Berlino e a Monaco di Baviera e gli esercizi spirituali alla parrocchia tenuti da tre padri redentoristi di Bottrop, per avere i quali dovette fissare l’appuntamento con sette anni di anticipo, tanto erano richiesti. “Ma ne è valsa la pena”.
Ha appeso cotta e talare al chiodo a 36 anni, nel 1975. Ma non è stato un vero e proprio “addio”, perché ha continuato a servire Messa tutte le volte che ce n’è stato bisogno. Ed era presente anche quando, nel 1985, a servire all’altare arrivarono le prime chierichette. Quando, al termine della celebrazione, è andato in sagrestia a parlare con il parroco, questi gli ha risposto ironicamente “Queste cose me le deve dire prima della Messa. Non me n’ero nemmeno accorto”.
Kewitsch ha conosciuto e collaborato con tutti i prevosti che si sono alternati in questi anni in parrocchia e di ciascuno conserva almeno un aneddoto. Ha vissuto in prima linea la ristrutturazione della chiesa, i cambiamenti liturgici dopo il Concilio e il Covid. “Oggi la chiesa è quasi vuota – sottolinea – prima si notava se non si andava a messa, oggi è il contrario”. Per Kewitsch, che dai primi anni del Duemila è tornato ad indossare talare e cotta come “chierichetto anziano”, avere fede significa “avere una visione positiva del mondo”. Quello sguardo positivo che lo ha accompagnato e confortato quando, 17 anni, sua moglie è morta. La vita ha riservato a Kewitsch un nuovo amore. Da due anni ha una nuova compagna, con la quale accompagna musicalmente le celebrazioni nel Marienhospital di Bottrop.
Dopo essere stata festeggiata in parrocchia e sui social a novembre dello scorso anno, la fedeltà all’altare di Helmuth Kewitsch è stata premiata anche dalla diocesi di Essen, che gli ha conferito l’onorificenza diocesana per mano del prevosto Jürgen Cleve, che ha sottolineato come l’impegno di Kewitsch per la comunità parrocchiale si è espresso in vari modi, abbracciando anche i più moderni strumenti comunicativi, come il podcast a cui ha partecipato insieme ai referenti parrocchiali. “Il suo modo di fare affabile e cordiale – ha detto il prevosto Cleve – lo rendono un ottimo interlocutore per molte persone”.
Da 75 anni Kewitsch porta avanti il suo servizio all’altare e alla comunità, consapevole di quanto questo gli abbia sempre dato sostegno e ritmo. Ancora oggi la messa feriale del martedì è un appuntamento fisso della sua settimana, così come il servizio come sagrestano al Marienhospital. Non solo. Recita regolarmente il rosario, guida la preghiera mariana di maggio e la Via Crucis. E non ha alcuna intenzione di smettere. “Continuerò finché potrò”.