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Gli italiani rimasti a Kiev. Italia-Ucraina, legami non solo commerciali
«Il popolo ucraino è unito e coeso sull’unica linea possibile: non vogliono il predominio russo, sia che si parli di est, di ovest, di nord e di sud».
Idee«Il popolo ucraino è unito e coeso sull’unica linea possibile: non vogliono il predominio russo, sia che si parli di est, di ovest, di nord e di sud».
Marco Toson è rientrato in Italia da un paio di settimane, aveva un biglietto pronto per ripartire direzione Kiev, poi è arrivata l’invasione della Russia. Imprenditore padovano da oltre vent’anni nel settore delle costruzioni, dal 2012 è console onorario d’Ucraina per le regioni di Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia ed è presidente della sezione di Confindustria Italia in Ucraina a dimostrazione del proficuo doppio binario che lega i due Paesi.
È in costante contatto con gli imprenditori italiani che hanno deciso di rimanere lì, mostra le foto che gli girano sullo smartphone: fumo sullo sfondo ed elementi urbani divelti da detriti delle bombe: «Abbiamo aperto due hub d’emergenza sia per le imprese sia per le persone – spiega il presidente di Confindustria in Ucraina – L’input che stiamo dando ai nostri connazionali è di rimanere fermi e di non spostarsi tra le varie città. Ora sono in sicurezza in case o in rifugi dislocati in attesa che la situazione si stabilizzi. Una parte dei parenti e dipendenti è rientrata, mentre molti direttori d’azienda sono rimasti perché non vogliono abbandonare la barca».
Secondo i dati dell’ambasciata italiana ci sono circa duemila italiani, 500 legati alle imprese e 200 di loro sono veneti. Sono sparsi, non solo Kiev, ma anche Odessa, Kharkov, Sumy, Leopoli. C’è un’impresa emiliana delle ceramiche che ha lo stabilimento a Sloviansk, ai confini con il Donbass. Toson racconta che, dopo aver fatto il punto con gli ambasciatori del G7 a Kiev, in cui di fatto avevano preannunciato l’attacco di Mosca, il consolato ha immediatamente aperto l’unità di crisi già sabato 19 febbraio. Senza però immaginare che la situazione sarebbe precipitata repentinamente da lì a poco. Toson ha iniziato la sua attività imprenditoriale proprio nel Donbass, operando sia nell’edificazione di alberghi sia nella realizzazione dell’omonimo stadio dello Shakhtar Donetsk.
Una posizione inserita e “privilegiata” per leggere cosa è successo a partire da quell’area geografica: «Tutti i grossi imprenditori del Donbass già nel 2014 si sono trasferiti a Kiev per l’emergenza causata dalla guerra. Da quel momento oltre un milione e mezzo di ucraini si è trasferito a ovest. Oggi lì rimangono anziani o famiglie che non hanno nulla da perdere, il grosso della popolazione che crede nel futuro è andato via». È prematuro, certo, parlare di quali saranno le ricadute nei rapporti commerciali di import ed export con l’Italia, ma il conflitto prolungato, tra le varie conseguenze, rischia di paralizzare ogni attività: «I danni saranno enormi: nell’ultimo anno, l’Italia ha avuto un incremento delle esportazioni anche con prodotti di consumo legati alla moda o al vino. Sì, il vino italiano ha superato la Francia ed è quello più apprezzato in Ucraina. In generale, siamo a circa due miliardi di euro di esportazioni».