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Ucraina. La testimonianza di uno studente turco dell’Università di Padova. Turista nel cuore del caos
Mehmet Ogün Öztunca, studente turco dell’Università di Padova: dalla vacanza a Leopoli alla lunga fuga verso il confine polacco
IdeeMehmet Ogün Öztunca, studente turco dell’Università di Padova: dalla vacanza a Leopoli alla lunga fuga verso il confine polacco
L’ hanno svegliato le sirene di guerra e per i seguenti due giorni non ha dormito. Li ha passati, invece, in coda all’attraversamento della frontiera di Medyka tra Polonia e Ucraina. Mehmet Ogün Öztunca ha 24 anni, è uno studente turco dell’Università di Padova e ha vissuto sulla sua palle l’escalation sfociata in guerra: «Sono andato in Ucraina da turista, era la mia vacanza dopo la sessione d’esami invernale, ma tutto si è trasformato in un incubo al mio quarto giorno a Leopoli». Era la sera del 24 febbraio quando Ogün smontava dal taxi per percorrere, a piedi e nel buio della notte, i 16 chilometri che separano il punto oltre il quale il tassista non poteva accompagnarlo e la fila delle persone in fuga. Per passare quel valico di confine bisogna attraversare tre cancelli in cui le autorità ucraine e polacche controllano i passaporti. «L’immagine che non riesco a dimenticare è quella dei bambini che piangono insieme alle madri – racconta Ogün – Quando ero molto vicino al primo cancello una mamma mi ha passato suo figlio, lo aiutavo a stare in piedi sul mio bagaglio perché se si fosse seduto non avrebbe potuto respirare aria fresca, era troppo affollato. Ho protetto quel bambino e quando siamo arrivati al cancello mi sono voltato per ridarlo alla madre. Quando mi sono rigirato la porta mi è stata chiusa in faccia. Ho iniziato a piangere».
Ogün è riuscito a oltrepassare quella porta qualche ora dopo, la situazione al di là era anche peggiore. «Gli uomini spingevano e i soldati hanno deciso di far passare solo donne e bambini, “niente più uomini” hanno gridato. Ho pianto ancora perché ho guardato alle mie spalle e ho visto centinaia di mamme con figli che avrebbe avuto la precedente: come sarei riuscito ad aspettare tutti loro?». I soldati poi hanno riaperto il transito anche gli uomini, seppur in numero minore, e così Ogün è riuscito a oltrepassare anche il secondo cancello. Prima però un altro episodio lo ha segnato: «Ho visto che la gente si passava qualcosa di mano in mano: era cibo per bambini in polvere che le madri mischiavano con acqua o latte. Quando mi è arrivato ho messo la polvere sulla mia mano e l’ho leccata. Quello è stato un momento simbolico per me: avevo fame». Ad avere fame insieme a Ogün c’erano migliaia di persone, come Angelina, una ragazza ucraina in fuga: «Le ho chiesto chi avesse lasciato indietro e mi ha risposto “tutta la mia famiglia”. È assurdo, era lì sola. Ora si trova in Austria, non mi scrive molto ma mi ha detto di essere esausta e di non far altro che pensare ai suoi cari». Tuttora migliaia di persone sono lì, accalcate ai confini, in fuga. Ogün invece è di nuovo a Padova, al sicuro ma con i ricordi di quei giorni ancora impressi nella mente: «Aver vissuto tutto questo non è semplice – confessa il ragazzo – È davanti ai miei occhi, anche stare in coda alla mensa studentesca mi ricorda gli istanti passati al confine. Il giorno dopo essere rientrato a Padova sono andato alla chiesa ucraina, ho portato un po’ di cibo da mandare al confine. Perché io ero là, so di cosa hanno bisogno e tutto ciò che volevo appena tornato era aiutare gli ucraini».
Nel momento in cui andiamo in stampa, gli hub messi a disposizione della Regione hanno ancora 656 posti a disposizione e sono 10.323 i posti letto offerti fin qui da 4.781 cittadini privati (in aggiunta ai 631 mila euro raccolti donazioni).