Idee
Il bivacco rifugio. Compiere ogni azione in fiducia pensando a chi verrà dopo di noi
Il bivacco-rifugio è un modello realizzabile, un modo di essere e stare al mondo. Si basa su gratuità e responsabilità contro la paura
IdeeIl bivacco-rifugio è un modello realizzabile, un modo di essere e stare al mondo. Si basa su gratuità e responsabilità contro la paura
Riparo. È una parola bellissima perché porta dentro una storia. C’è una bufera, oppure una pioggia, oppure una nevicata, la neve è bella ma non si può star sotto la neve tutto il giorno e tutta la notte, c’è un pericolo, anche umano pericolo, bombe? Inseguimenti? Qualcuno o qualcosa minaccia la nostra vita. Anche solo la stanchezza, ci minaccia. Lo sconforto per la difficoltà in cui ci troviamo. Abbiamo camminato tantissimo, non c’è soccorso intorno, perché siamo lontani, o soli, ci siamo persi, anche per aver cercato una bella umanissima avventura, ma ci siamo persi, perché capita. Ed ecco, un rifugio appare. Può offrirlo la natura, c’è una grotta oppure un piccolo crepaccio e troviamo protezione. Oppure può offrirlo la generosità di chi ha fatto il viaggio prima di noi, di altri che hanno conosciuto il pericolo o che semplicemente conoscono la natura scontrosa del luogo. E hanno costruito pareti che ci riparano dal vento. Un pavimento sicuro che ci lascia distendere. Una panca, un letto, qualche volta un fuoco da poter accendere. Chi ama la montagna li conosce, questi ripari. Da noi sulle Alpi si chiamano bivacchi. Laica apparizione. Epifania salvifica come un miracolo del Vangelo. In generale non si vede bene subito di che cosa si tratta. Non c’è un cartello con su scritto bivacco, riposo, accoglienza. Bisogna avvicinarsi per riconoscerlo diverso da un rudere magari da un bel po’ abbandonato. È solo entrando che si capisce e ci si può sorprendere, trovare riposo, riparo, spesso da dormire, qualche volta caffè e zucchero, olio, biscotti secchi che durano di più, rimangono integri per chi arriva. È solo entrando che lo si riconosce e in questo c’è qualcosa di bello e vero che vale anche nella nostra normale esperienza di vita. Bisogna avvicinarsi alla realtà, e anche alle persone, per poterle conoscere e riconoscere. Da lontano un rifugio sembra un rudere. Un’ombra sembra un nemico. Da vicino capiamo che è un bivacco, un amico. E poi c’è altro. Qualcuno ha lasciato di che ristorarsi. A volte è qualcuno a cui nemmeno si può dare il nome. Chi ha riparato il tetto, il tavolo, la sedia, il letto, pulito il camino, tagliato la legna pronta per essere bruciata? Qualche volta è chi ha trovato ristoro, prima di noi, che ha fatto piccoli lavori per restituire il dono. Spesso è chi non ha vantaggio alcuno dall’operazione, e non ne avrà. Lascia di che ripararsi per il piacere di essere utile a qualcuno che non conosce e questo non potrà ringraziarlo, se non con un pensiero. Comune umanità. È un modello, il bivacco rifugio. Un modello di essere al mondo. Possiamo allargare lo sguardo e portare il modello nel luogo più lontano dalla libertà sconfinata delle montagne e dal selvaggio odoroso dei boschi, un luogo molto comune, ad esempio l’ufficio, in cui tanti di noi lavorano. Nello smarrimento assoluto di dover cercare un faldone per un cliente, un richiedente, un cittadino qualsiasi come noi, un altro noi, avere la sorpresa di trovare il filo dei documenti necessari per poter affermare un diritto, finalmente ristoro e bivacco dall’ingiustizia del mondo. Qualcuno ha fatto le cose pensando al dopo, a chi viene e non sa e deve poter essere aiutato a ritrovarsi nella dignità riconosciuta. Il bivacco è una rappresentazione materiale di un mondo possibile in cui si investe nella fiducia. È incustodito. Niente chiavi, codici segreti, cancelli appuntiti, cani snaturati a essere feroci verso gli umani. Niente. Si spinge la porta e si entra. È affidato, il bivacco. Alla responsabilità di chi passa e trova riposo. È gratuito, come ciò che di più bello ci raggiunge, come l’amicizia e l’amore. È bello nel senso pieno della parola. È una bella persona vuol dire che è una persona ricca di umanità, nella quale troviamo accoglienza. Un bivacco è un bel bivacco sempre, perché offre quello che più ci serve nel momento in cui lo troviamo. Poi capita che sia anche bellissimo, come quello di cui si parla in questo numero (Premio biennale internazionale di architettura Barbara Cappochin, alle pagine 34-35, ndr). Bellissimo perché viene da una storia che ha trasformato il dolore in vita, gratuitamente trasformato. E bellissimo anche perché è stato riconosciuto un’opera di valore architettonico. La modernità che fa propria la tradizione senza tradirla e regalandole in più la forza di idee che concorrono a trovare soluzioni funzionali. C’è una strada, si cammina, si fatica, ci si perde, ci si sente perduti. È così in montagna ed è così a volte anche nella nostra vita di tutti i giorni. Ma ci può essere il miracolo. Il miracolo c’è ed è quello della gratuità. Pianto un albero. Qualcuno raccoglierà i frutti. Offro un dono. Qualcuno raccoglie il dono. Un mondo di viventi, volanti, striscianti, camminanti trova riparo nell’albero, nel bivacco, nel rifugio. Poter riuscire a trovare mille modi ogni giorno per lasciare dietro di noi bivacchi, e non importa sapere chi trova riparo. Sapere di avere offerto un rifugio dalla paura è tutto, proprio tutto per diventare più umani e anche più felici.
Mariapia VeladianoScrittrice