Idee
Riflessioni climatiche. Marmolada, una tragedia, un monito per ciascuno di noi
Il ghiacciaio alpino sta subendo il desolante destino di tanti altri nel mondo. Perché non avvenga una sola è la strada: diminuire la CO2
IdeeIl ghiacciaio alpino sta subendo il desolante destino di tanti altri nel mondo. Perché non avvenga una sola è la strada: diminuire la CO2
Una quarantina di anni fa durante un viaggio in Sudamerica sono salito su alcune montagne andine. Una di queste si chiama Chacaltaya e svetta sopra La Paz, capitale della Bolivia. Sul suo ghiacciaio avevano realizzato un rifugio e la pista da sci più alta del mondo e io ero curioso di vederla. Sul ghiaccio erano piantati i plinti di uno skilift, in quel momento fermo, a destra del quale scendeva la pista, mentre a sinistra era ben visibile nella neve una sorta di scalinata che è stata la via che ho usato per raggiungere la cima: 5.600 (!) metri sul livello del mare. Ho visto foto di quei luoghi scattate di recente: il rifugio c’è ancora, anche se un po’ mal messo, e sono ancora visibili i piloni di ferro dello skilift, mentre la neve non c’è più e non c’è più nemmeno il ghiaccio, sono emerse le rocce e la montagna, un tempo bianchissima, ora è grigia. In meno di quarant’anni della pista “mas alta del planeta” è rimasto un ricordo sbiadito. Nei giorni che sono seguiti alla tragedia della Marmolada mi sono tornati in mente questo e altri ghiacciai della mia vita e mi sono reso conto che dalle Alpi alle Ande, dall’Islanda al Nepal sono tutti legati allo stesso destino: stanno scomparendo. In Marmolada negli anni ottanta avevo seguito dei corsi di formazione per rilevatori di neve ai fini della previsione di valanghe. Nei punti in cui allora avevo scavato buchi di qualche metro per analizzare gli strati di neve, fino a incontrare la superficie del ghiacciaio che aveva uno spessore di 35 metri, ora c’è solo roccia. Su questa montagna lo studio dell’arretramento del ghiacciaio principale ha consentito di rilevare un ritiro di 70 metri per l’arco temporale compreso tra il 1900 e il 1938 e di 581 metri tra il 1951 e il 2015. In altre parole, dopo il 1950 l’arretramento ha accelerato in maniera brusca.
Per il ghiacciaio principale e quello occidentale della Marmolada sono state quantificate le variazioni areali avvenute dalla fine dell’Ottocento a oggi, grazie allo studio della cartografia e delle foto aeree e satellitari. Mediante tale studio è stato possibile determinare una diminuzione del 70 per cento per cento della superficie iniziale. Ecco perché non avevo più ritrovato la mia area di scavo, tra quelle che consideravo “nevi perenni”: si era sciolta. Sono tornato altre volte in Marmolada, attratto dal fascino di una delle montagne più amate e più celebrate. Sono salito anche lungo quel percorso classico che parte dal lago Fedaia e sale alla cima, una sorta di sentiero ben segnato dai molti passaggi di uomini e donne di tutto il mondo e ho usato ramponi, picozza e corde proprio come le vittime di questi giorni. C’è poco da dire, l’itinerario era considerato sicuro. Certo, ora si dice che la temperatura di 10 gradi registrata sulla cima nel giorno della sciagura e in quelli precedenti avrebbe dovuto obbligare a qualche riflessione. Ma anche avrebbero dovuto farci riflettere tutte quelle gavette, posate, scarponi, reticolati, bombe, fucili e baionette che spesso sono spuntati dal ghiaccio in scioglimento: cimeli arrugginiti risalenti alla prima guerra mondiale, quando qui, dove all’epoca passava il confine fra il Regno d’Italia e l’Impero Asburgico, c’era la cosiddetta “città di ghiaccio”, un complesso di gallerie, dormitori e depositi realizzato dagli austriaci per collegare le postazioni d’alta quota. I seracchi, questi enormi blocchi di ghiaccio, sono il risultato di un processo naturale, ma l’attuale andamento climatico li rende instabili aumentando il rischio di crolli: la quota in cui si trovano temperature intorno allo zero è attualmente quasi mille metri più alta della cima della Marmolada che è 3.300. Ne deriva che i fenomeni di fusione sono più accentuati e più frequenti i crolli delle montagne di ghiaccio con la conseguente necessità di rinunciare a escursioni rischiose. Due anni fa in Islanda è stato fatto uno strano funerale: lo “scomparso” era un ghiacciaio che copriva il cono del vulcano Okjokull. È stato ricordato da rappresentanti del governo e da attivisti ambientalisti con l’apposizione di una targa, una “lettera per i posteri” in cui si legge: «Nei prossimi duecento anni tutti i nostri ghiacciai seguiranno lo stesso destino. Questo monumento testimonia che noi siamo coscienti di ciò che sta accadendo e di ciò che va fatto. Solo voi saprete se lo abbiamo fatto». Queste parole, rivolte a un lettore del futuro, sono seguite da una formula: 415 ppm CO2, ovvero la quantità di anidride carbonica (415 parti per milione) presente nell’atmosfera, che determina un innalzamento globale della temperatura terra. Tutti noi siamo chiamati a ridurre le emissioni di anidride carbonica, non abbiamo alternative.
Daniele ZoviScrittore e Giornalista