Idee
Bambini maltrattati anziché protetti. Se le istituzioni fanno male
Maltrattamento significa trattare male e fare il male ai più deboli che non possono difendersi.
IdeeMaltrattamento significa trattare male e fare il male ai più deboli che non possono difendersi.
Quando le vittime sono bambini, è un crimine che mortifica l’umanità attuale e futura. Tutti i chiamati a proteggerli – istituzioni, genitori, servizi sociali, sanitari, educativi, magistratura… – dovrebbero chiedersi periodicamente se hanno fatto tutto quello che dovevano e potevano per estirpare questo male. Il problema non è di oggi. L’abuso e la violenza all’infanzia e Organi di protezione del minore: come sono e come dovrebbero essere sono due testi che hanno denunciato il problema (Fondazione Zancan 1985 e 1988). Più forte e provocante è il titolo del libro di Alfredo Carlo Moro, Erode tra noi (1988). È un grido profetico e politico per non giustificarsi e per affrontare il problema. Erode tra noi ci ricorda che i mostri possono essere nelle nostre case e nelle nostre istituzioni. È emerso drammaticamente nella conferenza internazionale di Gerusalemme (2015), con l’espressione Service maltreatment, cioè maltrattamento anche di chi dovrebbe proteggere e promuovere la vita con ogni mezzo. Ne parla Aurea Dissegna nel suo libro Maltrattamento istituzionale (2022). Fa tesoro della sua personale esperienza di Pubblico tutore dei minori della Regione Veneto. Pubblico tutore significa “garante dell’infanzia” e di quanti dovrebbero tutelarla. Non è facile sollecitare e richiamare le istituzioni, a tutti i livelli, perché onorino questo mandato: «Tutelare e promuovere i diritti di ogni persona», come vuole la Costituzione, a partire dai più piccoli. Ma come è possibile che proprio le istituzioni, i servizi, gli operatori sociali, sanitari, educativi possano venir meno a questo mandato? A volte purtroppo il peggio non nasce da cattive volontà. Può nascere dall’incapacità di esercitarle, assecondando le burocratizzazioni, le non decisioni, i rimpalli di competenze, le deleghe incrociate tra servizi, cioè scaricando ad altri le proprie responsabilità di fare. Avviene anche in modi più subdoli, con le difformità di valutazione dell’urgenza di affrontare i problemi. Al peggio si aggiunge la paura di essere chiamati a rispondere, irrigidisce le volontà causando urgenze e sofferenze evitabili. Non dipende quindi solo dalla gravità dei problemi ma dai modi con cui non vengono affrontati. Poi si aggiungono le irresponsabilità collusive che mortificano la speranza e la dignità.
Negli anni Ottanta del Novecento, mentre molti lottavano contro la “istituzionalizzazione dei minori”, si era capito che rimanevano ad alto rischio di non essere protetti dalle istituzioni. Si è così pensato di creare un’istituzione incaricatadi controllare le istituzioni e i servizi, così che potessero meglio garantire i diritti dei più deboli. Giorgio Battistacci e Alfredo Carlo Moro, con altri magistrati e operatori, hanno dedicato le loro vite a colmare la grande distanza tra soluzioni giuridiche e risposte istituzionali inattuate. Le denunce di ieri e di oggi ci ricordano che non può bastare il “corridoio umanitario” della pubblica tutela. È molto utile ma va irrobustito con ulteriori pratiche positive. Chi opera nei servizi sociali, sanitari, educativi lo sa. Dovrebbe dirlo con forza, per aiutare le proprie istituzioni ad affrontare il problema. Un modo concreto è per esempio chiedere alle istituzioni di sottoporsi periodicamente a “check up di non maltrattamento”, cioè a verifiche di effettiva capacità di tutelare i diritti dell’infanzia. Facciamo controlli per la salute personale e, a maggior ragione, si possono fare per la salute delle istituzioni e dei servizi chiamati a occuparsi del bene di tutti. Chi non lo accettasse dichiarerebbe la paura a verificarsi e a rassicurarci. Abbiamo bisogno di riscoprire il “rilevante interesse sociale”, verificando il bene che si fa e il male che si può evitare. Molti maltrattamenti nascono da pratiche che ragionano per procedure corrette ma non per benefici effettivi, ragionano per prestazioni e non per risultati. I più piccoli hanno un bisogno vitale di sentire che i più grandi con le istituzioni fanno il meglio per contrastare «tutte le forme di cattivo trattamento fisico e/o emotivo, abuso sessuale, incuria o trattamento negligente, nonché sfruttamento sessuale o di altro genere, che provocano un danno reale o potenziale alla salute, alla sopravvivenza, allo sviluppo o alla dignità del bambino, nell’ambito di una relazione di responsabilità, fiducia o potere» (World Health Organization, 2002).
Tiziano Vecchiatopresidente della Fondazione Zancan