Idee
In Italia, la produzione di armi vale quanto quella dei giocattoli
Ma l’export di armi “tricolore” alimenta i peggiori regimi repressivi del mondo
IdeeMa l’export di armi “tricolore” alimenta i peggiori regimi repressivi del mondo
Giorgio Beretta è analista del commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di “armi leggere” e dei rapporti tra finanza e armamenti. Nel suo saggio Il Paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia armata edito da Altreconomia in collaborazione con l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e di difesa (Opal) di Brescia (presentato martedì 14 marzo alle 18 nella sala Anziani di palazzo Moroni a Padova) affronta con rigore scientifico i temi del possesso e della diffusione legale delle armi nel nostro Paese.
L’industria delle armi, militari e comuni, viene spesso definita come un settore trainante dell’economia italiana con importanti ricadute a livello occupazionale. È davvero così?«È proprio questo il primo “falso mito” che sfato nel mio libro. I dati di una recente ricerca commissionata dall’Associazione nazionale dei produttori di armi e munizioni (Anpam) mostrano chiaramente che la produzione in Italia di “armi e munizioni comuni”, escluse quelle militari, vale all’incirca 600 milioni di euro, cioè tanto quanto la produzione nazionale di giocattoli, ma questo gli armieri non lo dicono. Anche per quanto riguarda l’occupazione, gli addetti alla produzione di “armi e munizioni comuni” arrivano a malapena a 3.330 che rappresentano lo 0,1 per cento degli occupati nel settore manifatturiero. Il valore economico delle “armi comuni” è ancor più marginale non solo in rapporto al prodotto interno lordo nazionale (ne rappresenta solo lo 0,03 per cento), ma anche rispetto alle esportazioni di cui costituiscono meno dello 0,14 per cento».
E per quanto riguarda il settore della produzione militare?«Anche qui le cifre sono solo all’apparenza impressionanti. Secondo un recente studio commissionato a Prometeia dalla Leonardo (la principale azienda produttrice della difesa e dell’aerospazio) sarebbero, considerato l’indotto, più di 4 mila le aziende attive nella produzione militare e dell’aerospazio (anche civile) con circa di 125 mila occupati complessivi che di fatto costituiscono solo il 3,8 per cento di tutti gli occupati nel settore manifatturiero. Questa produzione genera solo lo 0,6 per cento del Pil italiano. È vero che Leonardo sviluppa sul territorio italiano ricavi per 9,5 miliardi di euro, ma questo rappresenta solo lo 0,53 per cento del Pil nazionale. Il 75 per cento della produzione militare viene esportato, ma vale solo l’1,4 per cento di tutte le esportazioni di beni italiani. Anche qui, sono cifre alquanto marginali».
La produzione militare però serve per la nostra difesa e quella dei Paesi alleati…«È vero solo in parte. Perché, secondo i dati ufficiali della Presidenza del Consiglio la gran parte degli armamenti esportati dall’Italia non è destinata ai Paesi alleati dell’Ue o della Nato, ma ad alimentare gli arsenali militari dei peggiori regimi repressivi nel mondo. Tra i principali destinatari di sistemi militari italiani figurano, infatti, Qatar (7 miliardi di euro), Egitto (1,9 miliardi di euro), Pakistan (1 miliardo di euro)».
Torniamo alle armi in Italia. Lei parla di “falsi miti”. Ne può indicare qualcuno?«Il principale è che l’Italia avrebbe norme tra le più rigorose in Europa per quanto riguarda il possesso legale di armi. Di fatto non è cosi. A differenza di quanto viene fatto credere, in Italia è abbastanza semplice ottenere una licenza per armi. Tutto si basa su un’autocertificazione, il certificato anamnestico, che viene sottoposto e firmato dal proprio medico curante e una visita medica presso l’Ulss che di solito è simile a quella per ottenere la patente di guida. Non sono previsti esami tossicologici per verificare, come prevederebbe la legge, che il richiedente non faccia abuso di alcool o uso, anche saltuario, di sostanze psicotrope e droghe e nemmeno è richiesto un controllo specialistico sullo stato di salute mentale. Luca Traini, l’attentatore di Macerata, aveva ottenuto la sua licenza di porto d’armi per “tiro al volo” in soli diciotto giorni. Meno di quanto ci vuole per ottenere una patente di guida».
Il suo libro non è solo un’inchiesta sulle armi in Italia ma contiene anche delle proposte. Ne illustra alcune?«Cito i due ambiti principiali: da un lato l’informazione istituzionale e la trasparenza e, dall’altro, le norme e i controlli. Oggi in Italia siamo al paradosso che sappiamo quante auto ci sono in circolazione e quante persone hanno la patente e quanti sono gli incidenti stradali, anche mortali, ma non c’è alcun rapporto del Viminale sul numero di possessori legali di armi e, men che meno, sul numero di omicidi volontari e femminicidi commessi da legali detentori di armi».
Augusto Goio