Idee
10 giugno, il lancio. Il satellite della speranza
Un satellite minuscolo che conterrà un nano-libro sulla preghiera di papa Francesco del 27 marzo 2020. Un segno di speranza in piena pandemia che rimarrà per sempre
IdeeUn satellite minuscolo che conterrà un nano-libro sulla preghiera di papa Francesco del 27 marzo 2020. Un segno di speranza in piena pandemia che rimarrà per sempre
Nel 1936 nacque, nel seminterrato dell’Oglethorpe University, ad Atlanta (Georgia), la prima “capsula del tempo”. Si tratta di una stanza che contiene una ricca varietà di oggetti che testimoniano la storia e le abitudini della civiltà umana dalla sua nascita fino agli anni Trenta del Novecento, oltre a microfilm con più di 6 mila pagine di libri (tra cui la Bibbia, il Corano, l’Inferno di Dante) a dimostrazione del grado di civiltà raggiunta. La stanza fu sigillata e una targa fissa la sua data di apertura all’anno 8113. Da quel momento in poi molte altre organizzazioni, oltre a singole persone, hanno realizzato capsule del tempo, destinate a essere aperte dopo venti, cinquanta, cinquemila anni, tanto da far nascere, sempre all’Oglethorpe University, l’International Time Capsule Society che si occupa di catalogare e monitorare lo stato delle capsule del tempo create nei Paesi di tutto il mondo. Esse testimoniano il desiderio di lasciare traccia della storia dell’umanità e delle sue speranze alle generazioni future. Ma le capsule del tempo non sono solo sulla Terra: alcune stanno solcando lo spazio, attorno al nostro pianeta o addirittura ai confini del sistema solare. Le sonde Voyager, lanciate nel 1977, includono ciascuna un disco d’oro contenente tracce musicali, immagini, suoni della natura e un saluto dai bambini del pianeta Terra. Attualmente la Voyager 1 si trova a oltre 21 miliardi di chilometri di distanza da noi, ed è l’oggetto umano più lontano dal nostro pianeta. L’idea è quella di far conoscere qualcosa di noi aeventuali civiltà extraterrestri (obiettivo difficilmente, se non per nulla, raggiungibile), ma più ancora si tratta di farci ricordare chi siamo e quali sono i valori e i messaggi che vale la pena ricordare.
Ebbene, il 10 giugno 2023, per mezzo di un Falcon 9 di SpaceX, un piccolo satellite verrà rilasciato a circa 525 chilometri di altezza su un’orbita eliosincrona (che sorvola un preciso punto della superficie terrestre sempre alla stessa ora solare locale). Si tratta di Spei Satelles, un CubeSat (un satellite miniaturizzato di forma cubica), realizzato da studenti e docenti del Politecnico di Torino, contenente un nano-libro che racconta di un momento molto particolare vissuto a livello mondiale, il 27 marzo 2020: papa Francesco, in piena pandemia, solo e sotto una pioggia torrenziale, prega in piazza San Pietro per tutta l’umanità piegata dal Covid-19. È un momento di speranza che rimane scolpito nella memoria di tanti, ma che questo piccolo satellite vuole continuare a testimoniare, insieme a tanti messaggi raccolti dal Magistero dei papi che verranno trasmessi via radio, «a ricordare che nessuno si salva da solo, a non avere paura e invocando fede e speranza trasformare la nostra vita e la storia avvolti dall’Amore» (www.speisatelles.org/it/). La missione Spei Satelles è promossa dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e coordinata dall’Agenzia Spaziale Italiana, con la collaborazione del Cnr per la realizzazione del nano-libro. Non si tratta, però, di una semplice capsula del tempo. Questo messaggio di speranza non è una stanza chiusa e sigillata, da riaprire dopo anni o millenni. Non è destinata a raggiungere chissà quali distanze né un’umanità futura e ancora sconosciuta. Piuttosto è una “capsula di speranza” che vuole essere a portata di tutti, in qualsiasi momento e in qualsiasi tempo. Serve a ricordare che la luce di Cristo può illuminare anche i momenti più bui e drammatici della vita, che sia personale o di tutta l’umanità; ci mostra che scienza, tecnologia e fede cristiana possono collaborare per un messaggio di pace e di fraternità che va al di là delle barriere (a sessant’anni dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII); ci invita ad alzare gli occhi al cielo e sintonizzarci su frequenze altre rispetto alla logica del mondo. Ci chiede infine di sentirci partecipi di questo messaggio di speranza: compilando un semplice form, anche il nostro nome può essere inciso insieme al nano-libro e diventare un piccolo segno per il mondo, accompagnato da un’azione di fraternità da prendersi come impegno. È in questo modo che si concretizza quell’incontro tra cielo e terra richiamato nel logo disegnato dai giovani dello Iusve di Venezia. Una curiosità: nessuno leggerà concretamente il nano- libro che verrà messo in orbita. Sappiamo cosa contiene, ne conosciamo il significato, ma diventerà vivo ed efficace solo nel momento in cui ciascuno si prenderà la responsabilità di tradurlo nella vita di tutti i giorni, a partire dalle piccole cose.
Manuela RiondatoCollaboratrice Apostolica della Diocesi di Padova, laureata in Astronomia e dottore in Teologia