Idee
La speranza testimoniata. Flavia Franzoni Prodi
Non solo moglie di un politico influente, ma esperta di welfare. Collaborò a lungo con don Giovanni Nervo
IdeeNon solo moglie di un politico influente, ma esperta di welfare. Collaborò a lungo con don Giovanni Nervo
Flavia Franzoni ci ha insegnato molto, collaborando con la Fondazione Zancan, in modi sapienti e lungimiranti: i più deboli nel cuore, le soluzioni nella mente, riconoscendo dignità, capacità e diritti a ogni persona. “Ama il prossimo tuo come te stesso”, con un cuore e una mente ricca di sapere e sapienza per vedere oltre il presente. Ai suoi occhi il presente appariva in cronica difficoltà nell’affrontare il passaggio da carità a giustizia. Per questo ha cercato che le molte difficoltà non soffocassero la speranza, sapendo che le soluzioni si nascondono nelle inerzie istituzionali, nelle cattive volontà, nell’incapacità di immaginare e realizzare il disegno costituzionale. Lo vedeva, ad esempio, nel difficile dialogo tra generazioni, nei modi conflittuali di intendere la democrazia, nel difficile futuro da costruire insieme. Affrontava questi problemi con la forza disarmata e disarmante dell’amore sociale, fatto di riconoscimento e valorizzazione di ogni persona. Per questo ha dedicato una parte della sua ricerca alla controversa relazione tra stato e mercato. Chi deve garantire inclusione e giustizia sociale? Il pensiero maggioritario direbbe “lo Stato”. Per lei non era possibile, perché nessuno può affrontare questa sfida da solo. Solo insieme diventa possibile, componendo tutte le responsabilità pubbliche e private. Lo prevede la Costituzione, lo conferma la scienza economica, lo ribadisce la logica, ricordandoci che un sottoinsieme non può contenere e affrontare da solo i problemi dell’insieme. Nel Magnificat l’impossibile che diventa possibile nasce dalla speranza: «Ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati». I risultati della sua ricerca vanno in questa direzione, con diritti e doveri per tutti, dello stato e del mercato, del profit e del no profit, delle persone e della comunità. Insieme siamo chiamati a comporre il meglio che soltanto “tanti io che diventano noi” potranno garantire al bene comune. È stata una ricerca paziente, descritta durante il suo funerale, nella chiesa di San Giovanni in Monte a Bologna, come un radicalismo dolce e persuasivo. Lo esprimeva anche a Malosco, nei seminari organizzati dalla Fondazione Zancan.
Molto bello il ricordo che Flavia ha dedicato a don Giovanni Nervo, il 13 dicembre 2013, il primo compleanno di don Giovanni, dopo che ci ha lasciati. «Ricordo don Giovanni seduto al tavolo di Malosco, capace di far lavorare insieme gli operatori pubblici e privati ma anche gli amministratori provenienti da regioni diverse con diversi approcci culturali e appartenenze politiche. Un grande contributo alla realizzazione delle riforme dei servizi sociali e sanitari del nostro Paese. In proposito mi vengono in mente anche i tanti fax (non era ancora il tempo delle mail) che don Giovanni inviava a mio marito Romano Prodi (ai tempi in cui era Presidente del Consiglio) ogni volta che si discutevano le scelte della legge finanziaria annuale. Sollecitava a considerare gli effetti concreti dei singoli provvedimenti rispetto alle condizioni dei più fragili e poveri chiedendo una distribuzione equa dei sostegni e dei pesi. E c’era anche il suo interesse costante per le sorti del servizio civile. Don Giovanni era dunque anche un cittadino sempre interessato al suo Paese: mi è rimasta scolpita una immagine del febbraio 2013 pochi giorni prima che don Giovanni morisse, quando sono andata a trovarlo nella struttura per sacerdoti anziani in cui era ricoverato. Era il lunedì dopo le elezioni e, tra i tanti discorsi, mi disse anche di essere dispiaciuto che non fosse stato allestito un seggio nella struttura perché non aveva potuto votare. Infine mi piace ricordare don Giovanni che celebra la messa nella cappella dell’ultimo piano della casa di Malosco. Alle sette e mezzo del mattino, prima dell’inizio del lavoro dei seminari, senza particolari inviti a partecipare: una occasione discreta per condividere, da parte di chi lo desiderava, il suo essere sacerdote in una Chiesa post-conciliare rinnovata».
Tiziano VecchiatoPresidente della Fondazione Emanuela Zancan