Nel quinquennio 2019-2023 sono stati 93 i pubblici ministeri passati alla magistratura giudicante; viceversa, nello stesso periodo, 38 giudici sono diventati pubblici ministeri.
Considerato che i magistrati in Italia sono circa 8.500 stiamo parlando, nel primo caso, dell’1,1 per cento e, nel secondo, dello 0,45 per cento. Questi dati argomentano già da soli l’inconsistenza di una riforma per la separazione delle carriere dei magistrati (con conseguente modifica alla Costituzione), pur essendo le carriere già abbondantemente divise. A questi numeri si è arrivati perché altri governi, con ben altro stile, avevano affrontato il tema al fine di ridurre i passaggi dalla magistratura inquirente a quella giudicante: un costituzionalista, Conso, ministro nel 1993-94; un leghista, Castelli, ministro nel 2001-2006; un post-democristiano, Mastella, ministro nel 2006-08; un esponente del Partito democratico, Orlando, ministro nel 2014-18; e una costituzionalista, Cartabia, ministro nel 2021-22.
Ma c’era un’altra questione che inquietava il governo: l’eccesso di potere delle correnti, che finiva per condizionare la composizione del Consiglio superiore della magistratura. Quello delle correnti, e delle degenerazioni che hanno causato, è un male antico dell’Italia in tutti gli ambiti; ma in che cosa consiste la democrazia se non nel trovare una sintesi tra diverse posizioni liberamente espresse?
È proprio di una società aperta la fatica di trovare una sintesi, così come è proprio della democrazia esprimere la forza del potere dentro equilibri e forme di controllo. Alla fine, rinunciando a questo sforzo di composizione tra le diverse componenti della magistratura, il governo ha sancito che la costituzione del Consiglio superiore della magistratura avverrà per sorteggio, ma solo per i membri togati; i laici saranno designati dai partiti: basterà fare un listino chiuso. Soluzione ridicola prima ancora che pericolosa, che esprime la rinuncia a comporre gli equilibri in un Paese che non è gli Usa. Soluzione adottata senza una reale riflessione che risponda alla domanda: a chi risponde il giudice o il pubblico ministero sorteggiato? Solo a sé stesso.
Dentro queste contraddizioni sorge spontanea una domanda: quali sono effettivamente le ragioni che hanno spinto il governo a forzare la mano per cambiare la Costituzione? Perché, di fronte ai tanti problemi irrisolti della giustizia in Italia — suicidi in enorme crescita, carceri sovraffollate, eccesso di ricorso alla carcerazione e scarsità di pene detentive alternative, lunghezza impressionante dei processi, sottodimensionamento degli organici — il governo ha deciso di intervenire sui magistrati e non di riformare la giustizia? È qui che dobbiamo cercare i motivi del NO delle ACLI.
Una visione del potere e dell’esercizio di governo priva di controlli e condizionamenti tende a spianare la strada quando si frappongono ostacoli. Troppe sentenze a sfavore dell’esecutivo, troppi intralci e limitazioni che ostacolano il compito del Centro migranti in Albania, troppi ministri e sottosegretari inquisiti con “indebite interferenze”, come ama dire la premier, troppi controlli sulle procedure di costruzione del ponte sullo Stretto. Insomma, il governo ha sentito il bisogno di regolare i conti con i magistrati. La prima vera ragione di questa riforma esprime il fastidio dell’esecutivo verso ogni forma di controllo di legittimità dei propri atti e dei propri uomini.
A tal proposito riecheggiano, come monito, le parole del presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Zuppi, all’ultima sessione del Consiglio episcopale permanente: «C’è un equilibrio tra i poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare». E l’ammonimento del presidente della Repubblica a considerare la magistratura come un bene da preservare per il suo ruolo fondamentale in uno Stato di diritto, di cui la nostra Costituzione si fa interprete nel definire il principio della distinzione dei poteri per garantire i diritti inviolabili e le libertà fondamentali di ciascuno.
Come non vedere il rischio di una lenta trasformazione genetica della democrazia liberale, sostituita da un pensiero secondo il quale, in nome della stabilità, chi vince le elezioni deve poter comandare? Rischio che si paleserebbe pienamente per l’effetto combinato della riforma della magistratura, del premierato, del varo di una legge elettorale con un premio di maggioranza eccessivo e della volontà dichiarata di sottrarre ai pubblici ministeri la titolarità sulla polizia giudiziaria, che così finirebbe sotto gli ordini del Ministero dell’Interno per le questure e del Ministero della Difesa per i carabinieri.
In questo modo, il consenso elettorale darebbe legittimità a non riconoscere più alcuna autorità indipendente; finiremmo anche in Italia per entrare nell’era della forza, indebolendo quella del diritto. Come non vedere, dunque, che si sta rompendo l’argine che fino ad ora ha salvaguardato la Costituzione e l’equilibrio dei poteri? C’è poi una questione di metodo che, per importanza, sovrasta anche il merito: le maniere spicce, quasi militaresche, con le quali è stata approvata la riforma. Il Parlamento l’ha votata quattro volte senza che si sia potuta cambiare una sola virgola del testo portato in Aula dal ministro Nordio. Un episodio senza precedenti nella storia delle modifiche costituzionali dalla nascita della Costituzione italiana nel 1947. Messo il bavaglio al Parlamento, silenziato il parere dissenziente del Consiglio Superiore della Magistratura, ignorato lo sciopero nazionale dei magistrati: tutto questo per introdurre separazioni già esistenti e sorteggi.
In nome di che cosa le Acli dovrebbero appoggiare questa pseudo-riforma?
Non si tratta certamente di negare l’evidenza: sono molte le cose che ancora non vanno nella magistratura italiana. Troppe inchieste finite nel nulla; persone rinviate a giudizio che, dopo lunghi processi, sono risultate innocenti e, talvolta, perfino estranee ai fatti. Non abbiamo dimenticato neppure la stagione di Tangentopoli, che ha buttato via il bambino insieme all’acqua sporca, e la caccia al colpevole che spesso i mass media — istigati dalle fughe di notizie dagli uffici giudiziari — hanno scatenato, provocando una forte delegittimazione di troppe persone.
Ammettere gli errori e avviare una discussione sincera con i magistrati avrebbe contribuito a valorizzarne l’indipendenza e la credibilità. Ma l’abitudine al confronto non è un requisito di questo governo: meglio vendicarsi dei presunti torti subiti.