Fatti
No ad eutanasia né ad accanimento terapeutico ma solo dignità e amore compassionevole per chi è alla fine della vita, seppur breve. Questa la decisione presa dai genitori del bimbo ricoverato all’Ospedale Monaldi di Napoli e senza più speranze dopo il trapianto fallito del cuore. La famiglia, come ha spiegato il legale Francesco Petruzzi, ha presentato l’istanza per la Pianificazione condivisa delle cure (Pcc) e il Monaldi ha accettato. “Non si tratta di eutanasia, ma di una procedura necessaria a evitare l’accanimento terapeutico, poiché purtroppo non vi sono più speranze di guarigione”, ha precisato l’avvocato. La decisione è arrivata dopo che il comitato di esperti – riuniti all’ospedale Monaldi di Napoli e giunti dal Bambino Gesù di Roma, dall’Azienda Ospedale Università di Padova, dall’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e dal Regina Margherita di Torino – aveva emesso un verdetto negativo: “Le condizioni del bambino non sono compatibili con un nuovo trapianto”. Gli specialisti delle strutture italiane con i maggiori volumi in termini di trapianto pediatrico avevano svolto una rivalutazione congiunta al letto del paziente. Da due mesi il bambino vive attaccato all’Ecmo, la macchina che supporta la funzione cardiaca e polmonare dopo il fallito trapianto dello scorso 23 dicembre, su cui stanno indagando la magistratura, i Nas e gli ispettori del ministero della Salute. Un cuore compatibile era stato trovato e tecnicamente si sarebbe potuto procedere, ma le condizioni generali del bambino hanno fatto escludere la possibilità di un nuovo trapianto e il cuore è stato destinato ad un altro piccolo in lista di attesa. L’avvocato, dopo il consulto degli esperti, aveva fatto sapere che “la mamma è rassegnata all’idea che il figlio non ce la farà, avendo appreso della non operabilità da questo team di medici che sono i maggiori esperti di tutta Italia, non abbiamo motivo di contraddirli”.
“È una situazione assurda da accettare: che un organo da trapiantare non venga supportato da procedure ben precise e che sono da tempo ben standardizzate; bisognerà pertanto ben capire quello che è successo, e su questo caso infatti, c’è un’indagine in corso”, dice al Sir Stefano Ojetti, presidente nazionale dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci).
Una tragedia come questa interroga non soltanto la scienza e i medici, ma anche dal punto di vista umano? “Credo che essendoci stata la consulenza di un’équipe più che qualificata ma che purtroppo ha dato un responso negativo su un’altra eventuale possibilità di trapianto, pur essendoci la disponibilità di un altro cuore compatibile e anche se umanamente molto doloroso, il tentare ugualmente l’intervento configurerebbe un caso di accanimento terapeutico, essendo nulle al momento le possibilità di successo”. E, aggiunge il presidente dell’Amci, “si negherebbe oltretutto ad altro paziente in lista di attesa, la possibilità di trapianto e, quindi, di vita.
Da un punto di vista etico infatti, dobbiamo sempre tenere presente il confine tra cura e accanimento terapeutico.
In ogni atto medico bisogna sempre valutare il rapporto rischio–beneficio che in questo caso purtroppo sarebbe pari allo zero; certamente ci troviamo di fronte ad una tragedia incommensurabile, perché, quando la malattia colpisce i bambini, la perdita della vita assume dei risvolti ancora più drammatici”.
I medici come possono aiutare i familiari ad accettare un responso così terribile? “Certamente i familiari – risponde Ojetti – avranno bisogno di un supporto psicologico, perché uscire fuori da soli da una situazione del genere credo sia molto difficile.
La condizione quale quella in cui si trova il bambino, infatti, è probabilmente frutto di un errore umano e quindi difficile da accettare. Nel vissuto dei genitori, pertanto, rimarrà sempre il tormento che tale tragedia, forse, poteva essere evitata.
L’accettare che sia stato l’errore umano a causare tutto questo dolore, soprattutto trattandosi di un bambino così piccolo, rende certamente la vicenda ancor più dolorosa da sopportare”. E, conclude Ojetti, “purtroppo, il responso dato dai consulenti è stato abbastanza chiaro e fa capire che, probabilmente, non ci sono più margini di miglioramento nella prognosi, anche perché la situazione cardiaca avrà certamente creato oltretutto degli scompensi multiorgano probabilmente irreversibili”.