Chiesa
L’apertura dei giochi olimpici invernali, in accordo con l’antica usanza e, più ancora, con la drammaticità della presente situazione mondiale, vede risuonare accorati appelli per la pace. Papa Leone, richiamandosi proprio allo spirito di fratellanza e agli autentici valori dello sport, ancora una volta ha evidenziato come tutto ciò possa ravvivare la speranza di un mondo in pace. Il primo gennaio appena trascorso, Giornata mondiale della pace, nel suo messaggio dal titolo La pace sia con voi. Verso una pace disarmata e disarmante, il Pontefice ha offerto una ricca riflessione, accompagnata dall’accorato invito ad accogliere la pace. Ripercorrendo il messaggio si possono rinvenire citati svariati interventi del Magistero sociale della Chiesa, dei quali due in particolare, sebbene datati, non hanno perso nulla della loro attualità: Pacem in Terris e Gaudium et Spes; di entrambi, infatti, è stato celebrato il sessantesimo anniversario, eppure la loro voce si leva oggi, ancora una volta, per attestare la necessità di fare spazio alla pace, di accoglierla come il bene più prezioso.
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I due testi magisteriali, particolarmente ricchi, meritano di essere riletti e assimilati profondamente; possiamo qui appena abbozzarne qualche aspetto.
La Pacem in Terris, prima in ordine di pubblicazione (11 aprile 1963), indirizzata a “tutti gli uomini di buona volontà”, vide amplissima accoglienza e presentò la necessità di operare a più livelli per la pace. Dove il riconoscimento della dignità personale, dei diritti e dei doveri di ognuno è sorgente di una convivenza ordinata, vengono presentati quattro pilastri cardine della pace: verità, giustizia, amore e libertà. Al cuore della sua argomentazione fortissima risuona la famosa espressione che qualifica lo scontro armato come “Alienum est a ratione” (n. 67); la condanna è radicale e categoricamente espressa: non è conciliabile con l’umana ragione pensare che la guerra sia ammissibile.
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Tale affermazione, coniugata con i pilastri suddetti, diventa appello etico alla franchezza politica, alla promozione della giustizia sociale, all’attuazione del bene comune, alla necessità di promuovere la libertà e il progresso globale dell’uomo.
La seconda, la Gaudium et Spes (7 dicembre 1965), costituzione pastorale della Chiesa a firma di Paolo VI, apre il suo ultimo capitolo con una trattazione sulla natura della pace. Come chiaramente attestato, non si può considerare pace l’assenza della guerra o la sola stabilità degli equilibri internazionali. La pace è molto di più: è “opera della giustizia”, e come tale “non è mai qualcosa di raggiunto una volta per tutte, ma è un edificio da costruirsi continuamente” (n. 78). Il documento, richiamando il magistero precedente, chiama “delitto” contro Dio e contro la stessa umanità ogni atto di guerra e, come tale, esso deve essere “condannato con fermezza e senza esitazione” (n. 80).
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Dove entrambi i testi denunciano il fenomeno della corsa agli armamenti – purtroppo ancora attuale – come una grave piaga, altresì essi affermano la necessità di rendersi tutti solleciti per la pace.
Fin dall’inizio del suo pontificato Papa Leone XIV ha fatto sua la proclamazione di una “pace disarmata e disarmante” e, affinché essa si concretizzi, richiede formazione delle coscienze, speranza e lavoro comune. Il cittadino di questo mondo lacerato dalla violenza potrebbe pensare di non avere risorse sufficienti o energie per dare un reale contributo alla pace ma, in questo, consta un inganno. Alla dottrina sociale della Chiesa, bussola per un agire sociale ispirato ai valori evangelici, non sfugge che la pace è opera di tutti. La pace interpella la coscienza, suscita persone capaci di sognare una società più umana nella quale, finalmente, ci si possa sentire fratelli.