Fatti
Azadî è più di una parola. Scandita nello slogan “Donna, vita, libertà”, gridata nelle piazze iraniane affollate da cittadine e cittadini per chiedere giustizia per Mahsa Amini, la ragazza prima arrestata e poi uccisa perché non indossava correttamente il velo. Azadì significa libertà e da circa un anno questa parola risuona anche nel quartiere Palestro di Padova. Qui ha aperto la Clinica popolare Azadì, nata da un’esigenza semplice quanto essenziale: chiedersi per chi, davvero, vale il diritto alla salute.
«La clinica nasce da un percorso iniziato tre anni fa con l’assemblea salute e cura – spiega Damiano, sanitario, a nome di tutta l’equipe – Un gruppo eterogeneo, composto in prevalenza da operatori sanitari, aveva iniziato a interrogarsi su come il diritto alla salute venisse negato, nei fatti, a persone marginalizzate: donne, persone razzializzate, detenuti, soggetti in condizioni di fragilità sociale. Non solo mancanza di cure, ma discriminazioni strutturali capaci di incidere direttamente sullo stato di salute».
Da qui, prima uno sportello settimanale di ascolto, poi la decisione di ricavare uno spazio stabile, in via Toselli 5, nella sede del Quadrato Meticcio. Il cuore del progetto sta tutto in un approccio nel quale non esiste solo la prestazione sanitaria, ma anche e soprattutto quella relazionale: «Abbiamo adottato il “triage sociale” – aggiunge Damiano – Significa che la persona non viene “ridotta” ai sintomi: si considerano la situazione abitativa, la rete relazionale, l’accesso ai servizi, le esperienze pregresse con il sistema sanitario». Il concetto è che senza casa, senza stabilità, anche la migliore terapia rischia di essere inefficace.
La clinica, che ha aperto i battenti un anno fa e che sabato 21 e domenica 22 febbraio ha festeggiato il primo compleanno con una serie di dibattiti, è frequentata da persone del quartiere, perché l’ideale sarebbe «entrare in sintonia e ottenere la fiducia di chi vive accanto a noi», ma anche da utenti provenienti da altre zone della città, grazie a reti di collaborazione con sportelli e realtà che lavorano con migranti e persone in movimento.
L’equipe è composta da circa quindici professionisti – medici di diverse specializzazioni, psicologhe, una nutrizionista – affiancati da un’assemblea più ampia di attivisti. Allo sportello sono sempre presenti insieme un medico e una psicologa, per sottolineare l’integrazione tra dimensione clinica e psicosociale.
A oggi non sono state svolte ancora visite, sono state svolte consulenze di supporto psicologico e di reindirizzamento a servizi già esistenti, perché la clinica è attualmente in fase di autorizzazione da parte dell’Ulss 6, un passaggio importante, ma se vogliamo “non essenziale”: l’obiettivo è mantenere un ruolo autonomo, offrire un servizio, ma anche esercitare una funzione critica, chiedendo che la sanità pubblica sia più accessibile e più attenta alle disuguaglianze, anche nel linguaggio e nell’accogliere il paziente. Tra le questioni emerse nell’ultimo anno c’è quella degli studenti internazionali extra-Ue, penalizzati dall’aumento del costo dell’assicurazione sanitaria, passata nel giro di un paio di anni da 150 euro a 700. Anche qui, la clinica prova a connettere il piano sanitario a quello politico. «Per noi la libertà è perseguibile anche in ambito medico», conclude Damiano. Perché la salute, se non è anche libertà, rischia di non essere nemmeno più un diritto.
La Clinica popolare Azadî è aperta il martedì dalle 10 alle 12 e il giovedì dalle 18 alle 20 e si trova in via Toselli 5, nel quartiere Palestro di Padova. Per informazioni è possibile mandare un’email a clinicapopolareazadi@gmail.com oppure scrivere un sms o Whatsapp al numero 351-4296831. Altre info sui profili social.