Striscia di Gaza: Romanelli (parroco), “triturati dalla guerra. La priorità è la sopravvivenza”
Il parroco di Gaza, padre Gabriel Romanelli, denuncia la gravissima crisi umanitaria nella Striscia: "Gaza è triturata dalla guerra - dice -. Gli aiuti insufficienti, i prezzi alle stelle e la popolazione allo stremo". La parrocchia in campo non solo con aiuti umanitari ma anche con "l'Apostolato del telefono", messaggi, chat, chiamate alle persone "per restare vicini". “Saremo giudicati sulla carità”, ricorda il missionario argentino, rilanciando un appello alla solidarietà e alla preghiera. Appello ancora più stringente in tempo di Quaresima e di Ramadan.
“È come un vero e proprio tsunami. Gaza è distrutta, triturata dalla guerra”. Non usa giri di parole, il parroco della parrocchia latina della ‘Sacra Famiglia’ di Gaza, padre Gabriel Romanelli, per tracciare un nuovo, drammatico bilancio della situazione umanitaria della popolazione gazawa. “Quando l’aiuto è insufficiente, si genera una emergenza umanitaria e una tragedia. È davvero come uno tsunami. È come se dopo una catastrofe nessuno avesse fatto assolutamente nulla. Nulla, nulla. Questo provoca ancora più danno”. Parole ripetute anche nei messaggi quotidiani diffusi via social e ribadite oggi al Sir.
Un punto di riferimento. La parrocchia, situata nei pressi della Linea Gialla che divide di fatto la Striscia in due, continua a essere un punto di riferimento per centinaia di persone, tra sfollati, anziani e malati. “Da qui – spiega il parroco – si sentono spari, deflagrazioni, spesso durante le nostre preghiere. Sentiamo anche i bombardamenti che non sono più intensi come in passato. Alcune famiglie hanno iniziato ad andarsene: per alcuni è più facile, per altri più difficile. Anche noi qui, con la scuola, con la comunità parrocchiale, con i malati e gli anziani, cerchiamo di capire cosa si possa fare, cosa si possa migliorare”. Intanto, racconta, “stiamo recuperando altre aule della scuola. Alcune famiglie stanno iniziando a vivere fuori dal complesso parrocchiale e cerchiamo di capire come poterle aiutare”. La ripresa, però, è solo apparente. “Fuori è un mondo completamente diverso da quello di prima della guerra”. I bambini tornano nelle case – quando una casa c’è – oppure in sistemazioni di fortuna. “Dicono che è bello tornare, ma allo stesso tempo sentono la mancanza di tutti. Qui abbiamo vissuto un tempo molto intenso insieme e ora ci si sente la nostalgia reciproca”. Anche la scuola “continua ad accogliere nuovi alunni” e si pensa ad ampliare l’asilo, perché “molte famiglie lo chiedono”. Accanto all’emergenza materiale, c’è quella spirituale e relazionale. Per la Quaresima “abbiamo intensificato l’apostolato del telefono: chiamate, chat, messaggi… Sappiamo per esperienza che porta molto frutto”. Un modo per restare vicini a chi prova a rimettere insieme i pezzi della propria vita, mentre “la gente deve ricostruire tutto da zero, anzi da meno di zero”.
Il nodo degli aiuti. Il nodo, spiega il parroco, resta quello degli aiuti. “Non entrano grandi aiuti umanitari. Quelli consentiti non coprono i bisogni enormi della popolazione”. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: “Questo provoca moltissimo scoraggiamento”. I prezzi sono alle stelle: “Generatori, elettricità, acqua potabile, gas, internet. Il diesel è arrivato a costare 30-35 euro al litro; ora è sceso a circa 10, ma resta sempre carissimo”. Per far funzionare i generatori, racconta padre Romanelli, “alcuni mescolano diesel con olio alimentare scaduto, persino olio d’oliva o di girasole”. Altri producono carburante in modo artigianale, “rovinando i motori”. A Gaza oggi un litro di olio per motori può costare oltre “i 150 dollari”.
“La priorità resta la sopravvivenza”.
“La priorità è quindi cibo, acqua e medicine: senza mangiare e bere si muore. Ma la gente cerca anche un minimo di energia elettrica”. Si acquistano pannelli solari “anche se danneggiati o forati dai colpi”, mentre le batterie sono quasi introvabili. “Non c’è denaro contante: le banche aperte non distribuiscono contanti e si limitano ad operare solo pratiche formali”.
Vivere la misericordia. Il parroco non nasconde la fatica personale: “A volte la quantità di situazioni da gestire ci lascia un po’ frastornati”. Ma accanto alla denuncia, c’è un richiamo forte alla responsabilità. “Saremo giudicati sulla carità. La fede senza opere è morta. Se non viviamo la misericordia, a cosa serve la fede?”. Per questo l’invito è chiaro:
“Dobbiamo vivere la misericordia, aiutare, non chiuderci nei nostri problemi. Pensare al prossimo, a chi ha fame e sete, ai poveri, a chi non ha un rifugio”.
In questa missione l’aiuto del Patriarcato latino di Gerusalemme rimane imprescindibile. Non è un appello politico, precisa padre Romanelli: “Non lo facciamo per politica, ma per amore di Dio e del prossimo”. E conclude chiedendo sostegno e preghiera: “Chiediamo preghiere e ringraziamo per ogni aiuto ricevuto. Continuiamo a vivere la misericordia e a sforzarci di più, chiedendo al Signore il perdono e gli aiuti necessari, spirituali e materiali”. In una Gaza triturata dalla guerra, la parrocchia della Sacra Famiglia continua a essere segno fragile ma concreto di presenza e speranza.