Fatti
Doveva essere una “guerra lampo”. Sono trascorsi 1.461 giorni. Il sole fa capolino tra le rovine degli edifici squartati dalle bombe. Mattoni anneriti trasformati in fantasmi di una vita che non è più. E la fine del conflitto sembra essere un orizzonte che si allontana sempre più.
A raccontare qual è la vita in Ucraina, nel quarto anniversario dall’inizio del conflitto armato, sono tre missionari verbiti polacchi. Lo fanno attraverso la pagina Fb della loro famiglia religiosa.
Wierzbowiec è un paese dell’Oblast di Vinnycja, che si trova a 384 chilometri di distanza da Kiev. In queste settimane la neve avvolge case e campi. Ed è difficile convivere con il suo freddo abbraccio. “Stiamo attraversando un periodo molto difficile, perché non abbiamo elettricità per 20 ore al giorno – racconta p. Wojciech Zolty – Grazie all’enorme aiuto della Caritas di Elk e anche grazie all’aiuto della casa generale dei verbiti a Roma e della provincia polacca dei verbiti, ho potuto acquistare legna da ardere, bombole e stufe a gas per i più bisognosi. Forniamo anche generi alimentari, prodotti chimici e medicinali”. P. Zolty è missionario in Ucraina da 15 anni. “Dall’inizio della guerra sono stato molte volte nella parte orientale del Paese con aiuti umanitari. Non ho mai sentito una parola negativa sulla Polonia. Al contrario le persone mi hanno sempre chiesto di ringraziare il popolo polacco. Recentemente stavo tornando dalla Polonia in auto. Il doganiere ucraino mi ha chiesto se fossi un prete. Quando ho risposto di sì, mi ha chiesto di benedire i loro uffici e i loro edifici. È interessante notare che molto probabilmente non era cattolico”. E quando, tra i polacchi, sente voci negative sull’Ucraina e sugli ucraini è solito dire: “Vieni, guarda, scopri com’è la vita qui e, già che ci sei, aiutaci”.
P. Zolty sottolinea che non si era reso conto che fossero passati quattro anni dall’inizio del conflitto armato. “Dal primo giorno ad oggi siamo soprattutto con le persone con cui lavoriamo e che vivono a Wierzbowiec e dintorni. Nel nostro santuario di San Michele Arcangelo, insieme alle suore SSpS (Servitrici dello Spirito Santo), organizziamo di tanto in tanto ritiri per le famiglie che hanno perso i loro cari in guerra!”.
P. Adam Kruczynski è in Ucraina da 26 anni. “Quando sono arrivato qui, nel 1999 – ricorda il missionario verbita –, le statistiche indicavano che nel Paese vivevano circa 52 milioni di persone. Oggi nessuno è in grado di dire quante persone vivano qui, ma si dice che potrebbero essere circa 28 milioni, o anche meno. Questo calo nella popolazione lo vedo anche nella mia parrocchia. Prima della guerra, alla messa domenicale c’erano circa 70 persone. Domenica scorsa, prima domenica di quaresima, sono venute in chiesa solo 15 persone. E durante la settimana non viene più nessuno”. P. Kruczynski opera a Struga, nell’oblast di Chmel’nyc’kyj, a circa 350 chilometri da Kiev. La guerra ha modificato radicalmente il volto del paese. “Non ci sono bambini, i giovani se ne sono andati, sono rimasti solo gli anziani, che stanno lentamente tornando al Signore. La generazione di mezza età si nasconde, perché da un momento all’altro può essere chiamata alle armi. Ho parrocchiani che sono stati semplicemente prelevati dalla strada e arruolati nell’esercito, senza nemmeno la possibilità di salutare i propri cari”.
P. Jozef Gwozdz ha 54 anni e non conosce l’Ucraina in tempo di pace. È arrivato a metà novembre 2022 a Nowa Uschyzja, nel distretto di Chmel’nyc’kyj (a metà strada tra Leopoli e Kiev, a circa 800 chilometri dalle attuali linee di combattimento), per raccogliere il testimone del suo predecessore, p. Adam Kruczynski. In precedenza p. Gwozdz aveva lavorato per due decenni in Nicaragua e Panama, aveva conseguito il dottorato presso la pontificia università Gregoriana di Roma e aveva assistito per sei mesi i profughi di guerra in Polonia. Nell’Ucraina lacerata dal conflitto è arrivato come missionario volontario. Le sue giornate sono scandite dallo stare vicino alle persone, amministrare i saramenti, rafforzare la vita spirituale e creare comunità.
Di quel suo primo viaggio in Ucraina ricorda ancora oggi l’oscurità. “Allora non c’era l’elettricità – racconta – Abbiamo attraversato Leopoli, Tarnopol, Chmel’nyc’kyj, Dunajowice nel buio più totale”.
La guerra a Nowa Uschyzja si sente ogni giorno. “Missili e droni sorvolano continuamente la nostra città e i villaggi circostanti, anche di notte – racconta p. Gwozdz – nonostante i missili siano diretti verso le grandi città, non si sa mai cosa, quando e dove cadrà”. A segnalare il pericolo è il suono della sirena. Ogni volta che scatta l’allarme, nelle scuole è obbligatorio recarsi nei rifugi e molti abitanti trovano rifugio nelle cantine.
Ma c’è un’altra sirena, ancora più difficile da sopportare. “È una sirena dal suono diverso – spiega il missionario verbita – quella delle auto, che con il suo caratteristico lento avanzare attraverso i nostri paesi annuncia il funerale di un soldato caduto. In quel momento tutto si ferma per un attimo nel dolore e nel silenzio”. P. Gwozdz racconta che i bambini escono dalle scuole e le persone dalle case e dai negozi, formando un lungo cordone umano su entrambi i lati della strada e ricoprendo la strada di fiori. “Quando passa il feretro del caduto, tutti si inginocchiano, si fanno il segno della croce, salutano con lacrime e preghiere, rendendo l’ultimo omaggio all’eroe. I funerali sono eventi di massa a cui partecipa l’intero paese. In questi momenti i confini confessionali non hanno più alcuna importanza. In questo modo, dall’inizio della guerra, 130 soldati caduti sono tornati nella nostra piccola comunità di circa 5.000 abitanti. Quasi 80 persone sono ancora disperse. Più di duecento famiglie piangono la perdita dei loro amati figli, padri, fratelli e nipoti. In Ucraina ci sono migliaia di luoghi come questo. L’entità della sofferenza rende gli ucraini sempre più esausti e depressi. Il numero delle vittime continua a salire”.
P. Gwozdz cerca di stare insieme alla gente, condividendone la quotidianità, soprattutto quando questa ti far rigare il volto dalle lacrime. “La mia missione e il ministero consistono principalmente nell’essere vicino alle persone, pregare con loro, amministrare i sacramenti, rafforzare la speranza, infondere coraggio e prendersi cura della vita spirituale e della comunità”. Da quattro anni, ogni giorno nella sua parrocchia c’è un’ora di adorazione eucaristica. “Partecipano persone che hanno mariti, figli, padri, nipoti al fronte. Vengono per pregare affinché sopravvivano e tornino a casa. E per coloro che sono morti, affinché Dio misericordioso li accolga in paradiso. Preghiamo insieme. La gente lo apprezza molto”.
C’è una cosa che, attraversando Nowa Uschyzja, non si può non notare. Nella cittadina non ci sono più uomini. La maggior parte di loro combatte al fronte, alcuni avevano già lasciato per motivi economici il Paese prima della guerra. “Da noi ci sono quasi solo donne – sottolinea p. Gwozdz – mancano artigiani specializzati e numerosi interventi artigianali legati alla quotidianità ricadono oggi sulle spalle delle donne e degli anziani”.
In quasi tutte le famiglie di Nowa Uschyzja a tavola c’è una sedia vuota. La preoccupazione per i figli, i fratelli, i mariti e i padri è quotidiana. Come quotidiana è la paura che la situazione volga al peggio.
Sempre più di frequente tornano i feriti, uomini senza gambe o senza braccia, o con gravi disturbi psichici. Molti hanno impressi nella carne gravi disturbi post-traumatici legati all’esperienza del conflitto. E sono così tante le persone che hanno bisogno di aiuti medici e psicologici, che non si riesce a offrire cure e risposte a tutti. Alcuni rifiutano le cure e cercano di alleviare il dolore con l’alcol.
“Continuiamo a lottare con la mancanza di elettricità – aggiunge p. Gwozdz –. Il rigido inverno, che prosegue senza sosta, trasforma la vita quotidiana in una lotta per la sopravvivenza. L’elettricità è spesso disponibile solo per poche ore al giorno. Credo di non aver mai desiderato la primavera così tanto come quest’anno”.
“La guerra, il male e l’odio non hanno l’ultima parola – aggiunge – in tutta questa dolorosa situazione di guerra, qui una realtà è particolarmente evidente: ci sono molte persone gentili e generose che sanno condividere ciò che hanno, aiutarsi a vicenda, confortarsi e portare speranza. L’amore è più forte”.