Fatti
Le novità erano attese, ma adesso che il nuovo regime fiscale per gli enti del Terzo settore e le imprese sociali è realtà, con decorrenza dal 1° gennaio, molti sono preoccupati di non riuscire a tenere il passo con le nuove richieste contabili. La lettura delle nuove regole in tema di gestione contabile delle entrate che derivano da attività di volontariato è però diversa a seconda del punto di vista dell’osservatore. C’è chi è allarmato al massimo grado: «semplicemente chiudiamo» sostiene Maurizio Grotto del direttivo della Pro loco di Thiene che esprime tutta la preoccupazione delle pro loco abituate a organizzare grandi eventi. Chi invece, rappresentando pro loco o associazioni di volontariato che propongono attività con ricavi limitati vede addirittura possibili vantaggi fiscali.
Il decreto legislativo approvato a luglio 2025 dal Governo e oggi in vigore mira infatti a introdurre semplificazioni fiscali e amministrative per le associazioni medie e piccole e innalza a 85 mila euro di ricavi annui (rispetto ai 65 mila della legge precedente) la quota per accedere al regime forfettario agevolato ed escludere l’applicazione dell’Iva. Limite che è ampiamente superato dalla maggior parte delle pro loco (che prima potevano contare su quota 130 mila) che vedono aumentare il carico gestionale e la certezza di maggiori controlli. Un approccio che stabilisce limiti precisi, consente un avanzo di gestione del 6 per cento per un massimo di tre bilanci consecutivi, per definire l’attività di un ente del Terzo settore come non commerciale o altrimenti cadere nella più rigida categoria commerciale. Per capire se l’associazione rientra in una o nell’altra categoria, l’articolo 79 del Codice del Terzo settore introduce il “Test di commercialità”: se le entrate da attività commerciali di una Pro loco sono maggiori a quelle derivanti da attività non commerciali, tipo le quote dei soci, l’ente è considerato commerciale, con l’obbligo di una partita Iva, l’iscrizione al registro delle imprese, la tenuta di una contabilità ordinaria.
L’Unpli – l’Unione nazionale pro loco d’Italia – regionale ha raccolto l’allarme dei soci e si sta muovendo su due fronti. Da una parte incontri per gli associati per far conoscere le novità a cui bisogna adeguarsi per non incorrere in possibili sanzioni, dall’altra con una pressione su chi ha responsabilità politica a livello regionale, per chiedere correttivi che permettano una gestione ancora serena delle attività con cui le pro loco animano il territorio veneto, come stanno facendo altre Regioni come il Friuli Venezia Giulia. Un movimento significativo, quello veneto delle pro loco, che muove quasi 50 mila soci tesserati (49.279), riuniti in 578 pro loco e 42 consorzi che afferiscono a sette comitati provinciali per migliaia di iniziative, da piccole e occasionali a molto grandi e con un calendario regolare. «La nuova fiscalità che la circolare dell’Agenzia delle entrate ha chiarito riguarda tutto il mondo del Terzo settore e per questo tutto il mondo del volontariato, è preoccupante – afferma Rino Furlan, presidente dell’Unpli regionale Veneto – Stiamo dialogando a diversi livelli per far comprendere le problematicità che ci toccano».
Se una riforma che mettesse ordine è utile, spiega Furlan, le limitazioni che impongono un limite massimo di ricavi di 85 mila euro per ricadere nel regime forfettario rispetto ai 400 mila previsti dalla vecchia legge fatturato, sono molto restrittive. «La richiesta di una maggiore trasparenza ci sta, ma chi deve gestire si trova ora in grande difficoltà perché le nuove regole non semplificano ma burocratizzano. Le associazioni dovranno affidarsi a un commercialista, un professionista che andrà pagato per fare la contabilità, con l’aumento dei costi di gestione degli enti». Una necessità per la maggior parte delle pro loco venete, secondo Furlan, perché molte sono cresciute negli anni diventando vere e proprie motrici di promozione del territorio e dei suoi prodotti tipici, come la Fiera del Fiore d’inverno che nel Trevigiano ha trasformato un prodotto lavorato in modo artigianale a eccellenza esportata in Cina e Giappone. «Da anni, anche come ex amministratore, mi batto per il riconoscimento del costo figurativo del lavoro che i volontari fanno gratuitamente. Senza l’impegno di tanti volontari, molte iniziative nei nostri territori non si potrebbero fare».
La sintesi, laconica, di Maurizio Grotto del direttivo della Pro loco di Thiene è semplice, così si chiude: «Le naturali difficoltà di gestione si sommano a norme non del tutto chiare. Equiparare le pro loco agli enti commerciali, dopo tutti i passaggi già fatti per renderci attività di promozione sociale, con l’obbligo di adottare il Runts (registro unico nazionale del Terzo settore, ndr) rischiano di costringerci a diventare società commerciali a tutti gli effetti, con il risultato che o non facciamo le sagre, e perdiamo tutte le nostre tradizioni, o troviamo un modo per farle senza violare le norme del Terzo settore».
Se la Pro loco di Piove di Sacco, che organizza tra le altre cose il mensile Mercatino dei portici, non sembra preoccupata perché non gestisce capannoni con cucina, sente che ci si allontana dalla logica del volontariato la signora Paola, che segue l’amministrazione della Pro loco di Piazzola sul Brenta: «Il nostro volume che deriva soprattutto dal Mercatino dell’antiquariato e dai dieci giorni della Fiera di San Martino richiede già una gestione contabile complessa. Ma se le pro loco vengono considerate società a responsabilità limitata, si perde il senso dell’impegno dei volontari, da noi oltre 120 persone, che animano quasi tutte le iniziative più importanti del paese».
«La Regione è da sempre al fianco delle pro loco per il sostegno delle insostituibili attività di valorizzazione del territorio, dei prodotti, della socialità. Il loro impegno, anche verso gli anziani che li riconoscono per le tradizioni che portano avanti e grazie ai volontari che si dedicano tutto l’anno, sono un valore imperdibile per la comunità. È nostro dovere categorico non solo mantenere, ma promuovere questa ricchezza». Sono le parole dell’assessore alle pro loco della Regione Veneto, Paola Roma. Un primo passo sarà l’attivazione di un programma di formazione congiunta con le associazioni territoriali delle pro loco: «Vogliamo standardizzare i documenti e gli atti, in modo da consentire alle singole pro loco di utilizzare i propri volontari per l’assolvimento degli oneri, riducendo al minimo i costi di consulenza esterna».

«Qualsiasi novità porta un po’ di scompiglio – sottolinea Antonio Chemello, presidente provinciale dell’Unpli di Vicenza – Ma la nota dell’Agenzia delle entrate arrivata proprio all’ultimo, con le attività già programmate ha creato un certo allarme nel nostro mondo che è fatto di volontari, non professionisti. Come rappresentanti provinciali stiamo chiedendo soprattutto chiarezza. Le nuove norme mettono in difficoltà la maggioranza delle pro loco con fatturato di soglia che temono di superare il limite dei 130 mila euro e che si troverebbero a ricadere nella contabilità ordinaria. Se per chi organizza eventi più piccoli potrebbero esserci dei vantaggi, per le pro loco che hanno in calendario eventi significativi e partecipati cercare un commercialista e sostenere i costi di una contabilità gestita a livello professionale aumenta molto le criticità».

Le novità fiscali imposte al Terzo settore – che hanno messo agitazione nel mondo delle pro loco – hanno smosso anche la politica regionale.
C’è chi punta il dito su scelte fatte a Roma, come il consigliere regionale della Liga Alessio Morosin che, pur tenendo conto che molte delle iniziative delle pro loco sono considerate concorrenza sleale da parte di ristoratori, chiede «una proroga immediata all’applicazione della nuova disciplina fiscale prevista dal Codice del Terzo settore» in un momento di grande incertezza. «Rischiamo che il volontariato venga abbandonato e di perdere realtà importantissime per il territorio che reinvestono tutto sul territorio stesso: devolvono risorse alle parrocchie, sostengono le scuole, fanno beneficenza e promuovono la cultura locale».
Una tutela la chiede anche il compagno di partito Cristiano Corazzari che ha depositato una mozione per chiedere alla Giunta regionale di fare pressione su Governo e Ministero dell’economia e delle finanze per mantenere sulle pro loco il carico fiscale attuale. Secondo Corazzari «le manifestazioni organizzate senza fini di lucro dalle pro loco, ovvero sagre, feste popolari, fiere e rievocazioni storiche, costituiscono strumenti di valorizzazione delle tradizioni locali, dei prodotti tipici, del patrimonio culturale e dell’economia dei piccoli Comuni».
La protesta del consigliere regionale Eric Pasqualon, Unione di Centro, che presenterà una mozione urgente alla Giunta del Veneto vuole «tutelare il sistema delle Pro Loco attive sul territorio veneto, oggi messe a rischio dall’entrata in vigore del nuovo regime fiscale». Pasqualon punta il dito contro l’applicazione rigida dell’articolo 79 del Codice del Terzo settore che penalizzerebbe «un esercito di oltre 50 mila volontari che generano ogni anno oltre un milione di ore di lavoro gratuito: un capitale umano immenso che rischia di essere soffocato dalla burocrazia e da una classificazione fiscale penalizzante. Per le pro loco, ogni euro incassato non è un utile, ma un avanzo di gestione sociale. Quelle risorse non finiscono nelle tasche di privati, ma vengono interamente reinvestite nel territorio: servono a restaurare i capitelli, a sostenere le scuole materne paritarie, ad aiutare le famiglie in difficoltà e a finanziare la Protezione civile. Tassare questi proventi significa sottrarre ossigeno ai servizi di prossimità per i cittadini».
Per il capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio regionale, Claudio Borgia, «il nuovo regime forfettario introduce sì elementi di semplificazione, ma presenta ancora aspetti da chiarire sotto il profilo applicativo: è fondamentale evitare che eccessivi vincoli burocratici e fiscali finiscano per penalizzare chi organizza sagre, eventi culturali e manifestazioni tradizionali che non generano utili privatistici, ma reinvestono ogni risorsa nella comunità. Propongo una riflessione sulla soglia degli 85 mila euro: si può e si deve lavorare per rendere questa soglia più sostenibile, valorizzando sul piano economico il lavoro dei volontari, anche eventualmente in linea astratta ai fini fiscali».
«Le pro loco sono l’anima dei nostri Comuni e il motore pulsante delle nostre tradizioni, ma oggi rischiano la paralisi a causa di una nuova legge, che le equipara a vere e proprie società a scopo di lucro – scrivono Giovanni Manildo e Paolo Galeano, capogruppo e consigliere regionale del Partito democratico – La Regione Veneto deve scendere in campo con forza, perché non si può scaricare tutto il peso della gestione di questa crisi sulle spalle dei sindaci e delle amministrazioni locali, che sono già sotto pressione e fanno il possibile per tenere in vita i servizi nei territori. Le attività promosse dalle pro loco non hanno scopo di lucro: ogni euro viene reinvestito nel territorio. Considerarle attività commerciali è un errore che colpisce l’architrave del nostro tessuto sociale».
Correva l’anno 1962 e a Sandrigo, in provincia di Vicenza, iniziava a prendere forma l’idea di riunire le pro loco italiane in un’unica realtà. Qualche mese dopo nasceva così l’Unpli,l’Unione nazionale pro loco d’Italia.