Fatti
Affacciarsi oggi dalla cima del monte Ceva o dall’anello del monte Ricco non offre più solo il mosaico di verde e terra che ha ispirato poeti e viaggiatori per secoli. Chi guarda verso la pianura si trova davanti a uno spettacolo straniante: un’immensa distesa lucida che riflette il sole, un “mare di plastica” così vasto da essere scambiato, da lontano, per una pista di atterraggio. È l’effetto visivo del boom dell’asparago, un’eccellenza che porta ricchezza economica e delizia sulla tavola, ma che trasforma in profondità il paesaggio e la storia che circondano i colli Euganei.
La filiera dell’asparago vive una stagione d’oro: in meno di dieci anni la coltivazione è aumentata del 76 per cento. Solo nella provincia di Padova si è passati dai 430 ettari del 2016 ai 755 ettari del 2024. Un successo legato anche alla precocità del raccolto, favorita in alcune aree dall’utilizzo dell’acqua termale per riscaldare il terreno e anticipare la crescita. Il cuore pulsante di questa crescita è il Consorzio per la tutela dell’asparago di Pernumia, che oggi gestisce circa 500 ettari e coinvolge 24 aziende tra i Comuni di Pernumia, Cartura, Due Carrare, San Pietro Viminario, Battaglia Terme, Galzignano Terme e Monselice. Con una produzione annua di 3.000 tonnellate e un fatturato che supera i 5 milioni di euro, l’asparago è diventato uno dei pilastri dell’economia agricola locale e la sua coltivazione infatti è arrivata a toccare le pendici dei colli Euganei.
Ma a quale prezzo avviene questa espansione? Il “miglioramento fondiario”, necessario per le serre-tunnel, è entrato in rotta di collisione con la conservazione del territorio. Un caso è emblematico: una denuncia del Coordinamento delle associazioni ambientaliste del Parco ha sollevato l’allarme per lo “stravolgimento” di 27,7 ettari nella zona di Valsanzibio. Qui, secondo le segnalazioni, le ruspe nel 2018 avrebbero cancellato le storiche bonifiche veneziane del 16° secolo, un disegno agrario armonioso che resisteva dal Cinquecento. Le foto aeree non lasciano dubbi: dove per secoli c’era una trama di campi frammentati e siepi, oggi dominano tunnel di plastica che ignorano i vincoli paesaggistici stabiliti sin dal 1968.
Per l’associazione La Vespa, che da anni promuove la «lettura e la conservazione del paesaggio», il problema non è solo estetico ma anche culturale: «Il paesaggio, che dovrebbe essere sentito come “casa propria”, sta diventando una monocoltura industriale dove il segno delle siepi e degli alberi lungo i canali, che trattenevano l’acqua e dividevano i campi, si è perso lentamente in questo mare di plastica che continua ad aumentare. Come le “vigne maritate”, che vengono abbattute per far posto a distese di teli plastici che restano sul suolo per circa quattro mesi l’anno e poi lasciano il vuoto».
Secondo l’associazione, si è perso il senso di appartenenza: «C’è un aggredire per prendersi quello che si può prendere e dopo andare via. Quando la terra qui non renderà più, i predatori si sposteranno». C’è anche un costo biologico: la monocultura richiede un uso massiccio di erbicidi e glifosato, una pratica che impoverisce la vita biologica del suolo. «La biodiversità non può essere considerata solo per rettili, uccelli e mammiferi, c’è una qualità della vita nella terra fatta di funghi e microrganismi, che viene impoverita dalla chimica». Il passaggio dal modello agricolo basato sulla rotazione delle colture e sulla policoltura familiare a quello delle grandi aziende monoculturali è ormai quasi completo, favorito anche da politiche europee che hanno marginalizzato i piccoli produttori.