Mosaico
Tra i reticolati, le trincee e il fango dell’Altopiano, la paura della morte e il freddo non erano le uniche compagne dei soldati. A sostenere le loro anime c’era la fede, sottile e resistente come il metallo di una medaglietta votiva ritrovata di recente da un recuperante asiaghese.
La medaglietta raffigura san Luigi Gonzaga, il santo patrono di Treschè Conca, ma il dettaglio sorprendente è che le scritte sono in tedesco: apparteneva, quindi, a un soldato austriaco. Questa storia rappresenta a tutti gli effetti un cortocircuito: il “nemico”, nel buio della trincea, stringeva tra le mani lo stesso simbolo di devozione di chi gli stava di fronte.
Storie come questa sono parte della mostra “Spirito e corpo: fede e alimentazione in guerra” che, dopo il successo di pubblico avuto nel Memoriale Veneto della Grande guerra a Montebelluna nel 2024, si sposta ora a Treschè Conca di Roana, tra le sale di Forte Corbin, una delle fortezze che costituirono la linea difensiva italiana sulle Prealpi Vicentine durante la Prima guerra mondiale.
Il percorso espositivo mette in evidenza – attraverso reperti, documenti d’archivio e riviste d’epoca provenienti da collezioni private e musei – come la dimensione religiosa abbia rappresentato, negli anni del conflitto, un riferimento centrale per individui e comunità: sostegno morale per i soldati al fronte, strumento di coesione sociale per le popolazioni civili, ma anche linguaggio simbolico utilizzato per interpretare, giustificare e comunicare la guerra. La spiritualità diventa chiave di lettura per comprendere paure, speranze e dinamiche collettive.
«La mostra – spiega Ilaria Panozzo responsabile dell’esposizione a Forte Corbin – racconta un fatto su tutti: in guerra l’avversario non è diverso da noi, anzi, magari prega lo stesso santo. Il dettaglio della medaglietta tedesca ci ha commosso perché rivela come, al di là delle divise e dei confini, i soldati condividessero addirittura le stesse preghiere».
Certamente la devozione era un elemento cardine della vita al fronte, un supporto psicologico fondamentale nel fango delle trincee. Tanto che proprio il generale Cadorna intuì l’importanza di questo sostegno, istituendo ufficialmente la figura del cappellano militare. La storia ci racconta, poi, che questi religiosi non si limitavano all’assistenza spirituale, ma spesso condividevano i pericoli della prima linea, diventando veri e propri fratelli d’armi per le truppe.
Oltre alla fede, la mostra affronta anche il tema dell’alimentazione come fattore strategico e sociale. La gestione delle risorse, l’organizzazione degli approvvigionamenti, le differenze nei consumi e l’impatto della scarsità di cibo incidono sulla vita quotidiana e sugli equilibri economici, rivelando quanto il cibo sia al tempo stesso necessità primaria e specchio delle strutture politiche e produttive. «Contro ogni aspettativa, l’alimentazione al fronte era spesso superiore a quella civile – spiega Ilaria Panozzo – Si tratta di un altro paradosso storico: per molti soldati provenienti dalle campagne più povere, l’arruolamento garantì per la prima volta pasti regolari e un apporto calorico studiato dai medici militari. Quindi, per chi era abituato a una dieta di sussistenza quasi priva di carne, la razione del soldato rappresentò un inaspettato miglioramento nutritivo, pur nel tragico contesto del conflitto».
La mostra, compresa nel biglietto di ingresso al Forte e accessibile senza prenotazione, è visitabile il sabato e la domenica; mentre dal 21 giugno all’8 settembre sarà aperta tutti i giorni. Info www.fortecorbin.it; info.fortecorbin@gmail.com