Fatti
Un paradosso doloroso, in cui l’amore genitoriale, pur profondo e autentico, rischia di trasformarsi in una prigione emotiva. Il caso della famiglia Trevallion, nota ormai come la “famiglia nel bosco”, ha visto negli ultimi giorni un’impennata nel dibattito pubblico a causa del provvedimento di allontanamento deciso dai giudici del Tribunale per i minorenni dell’Aquila della madre, Catherine Birmingham, dai tre fratellini, Utopia Rose (8 anni) e i gemelli Galorian e Bluebell (6 anni), ancora ospiti della casa-famiglia di Vasto (Chieti).
Come sottolinea Antonella Elena Rossi, psicologa e pedagogista, “è fondamentale riflettere su cosa non abbia funzionato in questa situazione, partendo dal presupposto che, per quanto emerge, ci troviamo di fronte a genitori con una precisa filosofia di vita che non intendevano affatto privare i figli del proprio affetto”. Non si tratta dunque di emettere sentenze sommarie tra chi abbia ragione e chi torto, ma di comprendere quando una specifica visione del mondo smette di essere una scelta educativa e diventa un ostacolo allo sviluppo del minore. “Risulta – spiega – dunque necessario indagare le dinamiche interne della famiglia e comprendere quanto la madre possa essere crollata sotto un peso mediatico spesso fatto di insulti e giudizi feroci sui social. In attesa di capire cosa abbiano ravvisato gli psicologi, restano aperte molte domande a cui è difficile dare una risposta univoca.
Sebbene l’amore debba sempre trionfare e questi genitori nutrissero un sentimento profondo per i figli, bisogna accettare che a volte l’amore può diventare tossico, rendendo necessario un distanziamento. Come psicologa e pedagogista evito di schierarmi in modo netto tra ‘giusto’ o ‘sbagliato’ per non alimentare un circo mediatico che tende a giudicare senza approfondire. I bambini non sono pagine bianche da scrivere a piacimento, ma individui che necessitano di adulti capaci di occuparsi di loro attraverso una ‘giusta distanza’. Forse in questo nucleo – ipotizza la dottoressa – è stata ravvisata un’eccessiva fusione; per questo i genitori vanno accompagnati verso la consapevolezza che la genitorialità non deve basarsi sui propri desideri, ma sulle necessità e i talenti dei figli. Alcune scelte educative possono non essere aderenti alla personalità del bambino, ma prima di arrivare a un allontanamento è doveroso chiarire con estrema precisione cosa sia realmente accaduto”.
Quando gli adulti entrano in conflitto tendono spesso a focalizzarsi sulla difesa delle proprie ragioni, perdendo di vista il fatto che un bambino non necessita di vincitori o vinti, quanto piuttosto di sicurezza, stabilità e amore. “L’infanzia – descrive – è una fase della vita estremamente fragile e le esperienze vissute nei primi anni lasciano tracce indelebili che condizionano l’intero sviluppo futuro. I bambini non avanzano richieste complesse: desiderano semplicemente adulti capaci di proteggerli dalle proprie fragilità. Qualora questo non avvenga, la società ha il dovere etico e civile di intervenire, poiché l’infanzia non possiede gli strumenti per difendersi autonomamente”.
In quest’ottica, dietro ogni provvedimento giudiziario non si cela soltanto una disposizione tecnica, ma una domanda fondamentale sulla sicurezza del luogo in cui il minore sta crescendo:
“il vero processo – osserva – non riguarda le dispute tra adulti, bensì la salvaguardia del futuro dei bambini. Accanto alla dimensione legale emerge tuttavia un delicato interrogativo di natura psicologica e pedagogica riguardante il limite dell’intervento statale nel nucleo familiare. Sebbene sia doveroso che lo Stato intervenga in presenza di gravi difficoltà, accade talvolta che le rigide regole della giustizia non coincidano perfettamente con i tempi e le necessità del percorso psicologico e pedagogico di una famiglia, creando una discrepanza tra la norma giuridica e il benessere emotivo dei singoli”.
I bambini piccoli, come nel caso dei tre fratellini, non interpretano la realtà attraverso la logica razionale tipica degli adulti, “bensì – spiega la dottoressa – attraverso il filtro profondo e immediato delle emozioni. In questo contesto, il clima che circonda un bambino diventa il suo intero universo: egli non possiede gli strumenti per comprendere le motivazioni dei conflitti o delle tensioni tra i grandi, ma percepisce con estrema precisione l’instabilità, la rabbia e la paura”. Proprio per l’impatto devastante che tali dinamiche possono avere sulla crescita, i tribunali per i minorenni intervengono esclusivamente in situazioni di estrema delicatezza. La decisione di allontanare un minore dai genitori resta un atto profondamente doloroso, poiché la famiglia rappresenta la radice primaria dell’identità individuale.
“Tuttavia – precisa – quando l’ambiente domestico diventa eccessivamente conflittuale o pericoloso, le ragioni dei genitori devono necessariamente cedere il passo alla tutela superiore dello sviluppo emotivo e della sicurezza del bambino”.
Quando i genitori assumono un atteggiamento fortemente conflittuale verso l’istituzione o tra di loro, se i bambini sono molto piccoli finiscono spesso per trovarsi nel mezzo di una tensione emotiva che non sono in grado di comprendere né di elaborare. “I bambini piccoli – aggiunge – sono estremamente sensibili al clima emotivo, per cui qui potrebbe esserci uno stress emotivo precoce: anche se non comprendono le parole, percepiscono il tono della voce, la tensione, la paura, la rabbia. Questo può generare una grande agitazione, difficoltà del sonno, pianto frequente; ma soprattutto il bambino sarà sempre in allerta e non farà trasparire le proprie emozioni. Potrebbe diventare un adulto ossessivo e con manie di controllo piuttosto pesanti, per cui si crea una situazione che chiamiamo conflitto di lealtà”.