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(da New York) Sono trascorse due settimane dall’attacco perpetrato da Stati Uniti e Israele all’Iran. Il presidente americano Donald Trump continua ad inviare messaggi contrastanti su una vittoria imminente e una guerra che durerà a lungo. La Casa Bianca ha persino pubblicano un video dove si mescolano immagini di guerra reale e scene generate dall’IA come una sorta di videogioco, che non valuta vittime e sofferenze. Andrea Bartoli, Senior Research Scholar alla Climate School della Columbia University, legge i bombardamenti sull’Iran come il segnale di una trasformazione profonda dell’America, non solo geopolitica, ma culturale e spirituale, dove la forza sembra l’unico linguaggio possibile.
Come legge la scelta americana di attaccare l’Iran senza che il Paese costituisse una minaccia diretta per gli Usa?
L’attacco del 28 febbraio è la scelta di un’America millenarista, che si muove in un mondo sbilanciato. Non è più l’America che costruisce istituzioni come dopo il ’45 quando si impegnò nella Nato e non è più l’America che inventa le Nazioni Unite. Ci sono notizie e immagini – non confermate dalla Casa Bianca, ma reperibili in altri canali di informazione – in cui Trump viene ritratto seduto sul resolution desk con pastori evangelici che impongono le mani su di lui o che viene addirittura definito servitore del piano divino, unto dal Signore per lanciare il segnale dell’Armageddon (battaglia finale tra bene e male). Questa lettura della storia americana in chiave religiosa millenarista è notevolmente cresciuta attorno a Trump negli ultimi 8 anni ed è appoggiata dal 23% degli americani che si riconoscono come evangelici.
Questo millenarismo segna la fine di un bilanciamento del potere americano in patria e all’estero?
Viviamo in un mondo in transizione dove l’America millenarista prende decisioni sorprendenti. Non ci sono più controlli esterni al suo potere. Durante la guerra fredda l’Unione Sovietica aveva un ruolo di bilanciamento, soprattutto sul nucleare, ma la Russia di oggi è molto indebolita, mentre la Cina è in una fase di preparazione al peggio. Sul fronte interno si è erosa la consapevolezza che la legge è uguale per tutti. Trump è stato condannato prima di essere eletto, e la maggioranza degli americani ha ritenuto quella sentenza sbagliata. In una visione millenaristica, rivoluzionaria e di trasformazione radicale, anche questo viene giustificato. Trump non ha vinto le elezioni in maniera schiacciante: ha preso il 49,8%, contro il 48% della sfidante democratica, ma risponde a un’America profonda che si sente tagliata fuori e anche se vari esponenti Maga (corrente di estrema destra legata al presidente) si sono distanziati dall’attacco, evangelici e repubblicani lo sostengono a larga maggioranza.
La Chiesa cattolica ha reagito in modo insolitamente diretto alle politiche presidenziali.
Pronunciamenti di cardinali così critici verso la Presidenza sono un tratto molto nuovo per la Chiesa americana. È impossibile leggerli senza considerare la voce del primo Papa americano. Leone XIV non è intervenuto sul contesto americano, ma i suoi pronunciamenti sulla guerra e sui migranti, come le posizioni del cardinal Parolin sul Board of Peace per Gaza mostrano un disagio verso una leadership Usa così estemporanea e con un linguaggio profondamente distante dalla millenaria saggezza istituzionale della Chiesa. In questa direzione va letta anche la condanna del cardinale di Chicago, Blaise Cupich a quel video con immagini di guerra vera e guerra simulata dall’intelligenza artificiale, che la Casa Bianca ha propagandato con il titolo “Justice, The American Way”. Cupich ha detto chiaramente che la vita non è un gioco, mentre il mondo di Trump è proprio quello del gioco, delle scommesse, delle criptovalute dove
vincono i forti e chi perde ha la colpa di aver perso. La Chiesa cattolica è in completo disaccordo con questa visione.
Nella visione di Trump le Nazioni Unite sembrano sempre più irrilevanti. C’è ancora spazio per il multilateralismo?
Le Nazioni Unite nascono con l’appoggio degli Stati Uniti e non a caso il segretariato generale è a New York e non altrove. La distanza presa da Trump dal multilateralismo non solo sta provocando una crisi profonda delle forme cooperative di governo, ma mostra visioni del mondo contrapposte. Da un lato c’è quella nazionalista, per cui l’unico equilibrio che conta è quello del potere, dove il dialogo è strumentale; dall’altra c’è la visione collaborativa e partecipativa — molto cattolica — che sostiene un ordine in cui le componenti nazionali accettano una riduzione degli spazi decisionali a favore di una sicurezza mutua. Questa visione ha prodotto risultati importanti: l’Europa unita, la decolonizzazione, la risoluzione dialogante di tante crisi. Però più l’America va nella direzione millenarista, meno le Nazioni Unite troveranno uno spazio effettivo di azione.
L’attacco all’Iran non incoraggia altri Paesi ad armarsi nuclearmente?
L’Iran aveva un accordo di non proliferazione con gli americani, finito per scelta americana, non iraniana. C’è sicuramente un’ossessione nel non volere un Iran nucleare, ma un intervento di questo tipo incoraggia — non solo nell’idea ma nei fatti — altri Paesi a diventare nucleari. Trump non ha pensato di bombardare, ad esempio, la Corea del Nord che ha già le armi atomiche, e il calcolo dei pericoli, in quel caso, sarebbe molto diverso e con conseguenze devastanti. Se l’Ucraina avesse tenuto le armi nucleare, il calcolo dell’invasione russa sarebbe stato molto diverso.
Il vero pericolo oggi non è isolare l’Iran ma un cambiamento di prospettiva su cosa significa il nucleare. Si sta riducendo il tabù sull’uso di queste armi e vediamo un lessico dove l’attacco nucleare diventa presentabile – non solo da Putin, ma anche da membri della Knesset (il parlamento israeliano) contro i palestinesi.
Lei si occupa di disarmo nucleare riuscito. È ancora possibile?
Il mio programma studia i processi di disarmo che hanno avuto successo. Il più straordinario è stato quello noto come “Megatons to Megawatts”: un accordo tra Russia e Stati Uniti che per vent’anni ha trasformato 20.000 bombe atomiche sovietico-russe in elettricità americana – il 10% del fabbisogno nazionale. Una storia bellissima, semi-segreta che ci fa vedere come
il bene è sempre possibile.
Se nemici così intensi come furono sovietici e americani seppero collaborare allora, l’umanità può sempre farlo, anche in tempi drammatici e la cooperazione può sempre riemergere, perché è la scelta più ragionevole e la più responsabile.