Mosaico
Sradicare la guerra nell’uomo: si può. La riflessione dei genitori
Interviste ai genitori, giochi e testimonianze. Quello che hanno vissuto le classi delle scuole secondarie di secondo grado in questa esperienza
MosaicoInterviste ai genitori, giochi e testimonianze. Quello che hanno vissuto le classi delle scuole secondarie di secondo grado in questa esperienza
Si alzano in piedi, salutano e si risiedono. Poi cala il silenzio, gli sguardi diventano curiosi, un silenzio indagatore si impadronisce dell’aula, le sole voci che si sentono sono quelle della docente e della formatrice. È il primo dei tre incontri con persone esterne previsti dal percorso che però è iniziato fuori dall’aula. Ragazzi e ragazze, infatti, sono stati chiamati a riflettere sul significato della guerra e a intervistare genitori, amici e familiari adulti sulla questione provando a raccogliere opinioni e pensieri sul senso dei conflitti e sulle opportunità della pace. Sono parole di sofferenza, morte, devastazione, insensatezza quelle che compongono le mappe di significato raccolte nelle classi e anche le interviste non lasciano spazio al dubbio: la pace resta qualcosa di irraggiungibile o comunque difficile da raggiungere, immaginabile, ma comunque irrealizzabile. Così pensa la maggior parte delle persone. All’origine di questa convinzione c’è l’idea che la guerra sia insita nella storia dell’umanità, che il fattore scatenante risieda nelle differenze che la contraddistinguono, quelle religiose, culturali, economiche e politiche, che sia nell’indole dell’uomo cercare nella forza e nelle violenza le vie per risolvere le controversie. Ma non è l’unica delle convinzioni possibili. C’è anche chi, pur nella difficoltà, ritiene significativo lavorare per la pace in quanto i conflitti armati sono solo uno dei tanti modi per risolvere tensioni, contrasti, soprusi e crede che la risoluzione pacifica e nonviolenta non sia velleità delle organizzazioni pacifiste. Rafforzare l’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, costruire cultura di accoglienza, inclusione e rispetto della diversità sono altrettante proposte che si sono fatte strada nell’immaginare modalità alternative di fare pace. Infatti c’è chi dice di voler credere a una possibilità di pace per non arrendersi all’idea così pervasiva e diffusa che la guerra sia uno scempio necessario. Pochi studenti e studentesse hanno esperienza di cosa sia la guerra; qualcuno è figlio o figlia di profughi di guerra, altri ne hanno sentito parlare da qualche nonno o nonna; tutti e tutte, invece, hanno simulato durante il primo incontro del percorso, attraverso un gioco di ruolo, una situazione di conflitto armato, provando a effettuare scelte complesse attraverso delle opzioni in risposta a scenari particolarmente sfidanti (dai bombardamenti alla paura dei cecchini, dalla tregua alla carestia e fame, fino alla fine delle ostilità). Si è trattato di un crescendo di emozioni, ma anche di interrogativi. «Il gioco ha permesso loro di iniziare ad addentrarsi nella complessità della tematica riuscendo a percepire che le violazioni dei diritti umani sono sia causa che conseguenza dei conflitti violenti – racconta Serena Salerno, educatrice di Amici dei Popoli che ha lavorato con alcune classi – In una classe una ragazza si è detta interessata a un’esperienza di volontariato in una Ong, perché ha sentito che il mondo del terzo settore impegnato per la costruzione di pace la affascina e ha chiesto informazioni in tal senso». Dal gioco alla realtà, è sicuramente quest’ultima che ha lasciato il segno più importante. Si è trattato di un incontro, il secondo, vis a vis con delle persone che per professione o per volontariato hanno dedicato la vita alla pace all’interno della cooperazione internazionale alla solidarietà. È con Vilma Mazza (Ya Basta Caminantes), Mohamed Ambrosini (Un ponte per) e Marco Ramigni (Operazione Colomba, associazione Comunità Papa Giovanni XXIII) che ragazzi e ragazze si sono confrontate per capire il senso del loro lavoro competente, appassionato. Volti stupiti, assorti, catturati dalle narrazioni che hanno condotto in Iraq e Libano, Palestina, Tunisia e Colombia attraverso i vissuti personali e le questioni politiche, economiche, culturali dei Paesi in conflitto. Attraverso questi testimoni l’idea della pace positiva ha preso forma: la pace non si è ridotta a una tematica astratta, ma è diventata scelta e azione del quotidiano. Stando più vicini a queste storie e progetti di pace, ragazzi e ragazze non hanno esitato a esprimere il loro rammarico, talvolta arrabbiato, per la mancanza di informazioni rispetto a quelli che vengono percepiti come conflitti “lontani da noi” e il desiderio, anche volontà, di testimoniare le molte verità nascoste, attraverso progettualità nuove. Infatti, la conclusione del percorso educativo, nel suo terzo incontro, prova a dare soddisfazione a questo desiderio proponendo alle classi uno sforzo creativo di non poco conto: cioè scrivere un progetto di pace, sulla falsa riga dei progetti raccontati dai testimoni, con l’obiettivo di costruire start-up di pace per dare voce a chi non ce l’ha, per sanare situazioni di diritti negati, per prevenire le conflittualità e fare proposte di cambiamento laddove le aspirazioni sembrano violate sia nei territori di prossimità, Padova e dintorni, ma anche territori lontani, sconosciuti, ma non per questo meno rilevanti in quanto, come ripeteva spesso in classe uno dei testimoni «la loro vita vale quanto la mia; è tutto ciò che spinge e motiva il mio lavoro». Chiara, una tirocinante dell’Università di Padova, ha letto tutti i progetti di pace scritti dalle classi e racconta che «c’è chi ha elaborato un progetto per dare ospitalità a persone senza dimora attrezzando alcuni stabili abbandonati di Padova, chi invece ha proposto la creazione di un sito web per favorire l’incontro e il reciproco supporto tra ragazze vittime di violenza, chi punta a creare una squadra di calcio per coinvolgere ragazzi che vivono situazioni difficili e allontanarli dal vortice della criminalità organizzata. Altri progetti invece, escono dai confini nazionali e vengono pensati in zone di conflitto o nelle quali i diritti umani vengono spesso calpestati: alcuni di loro propongono corsi di formazione rivolti a bambini e donne in zone dell’Afghanistan, altri la costruzione di una scuola-comunità in Niger, altri ancora la messa a disposizione di alloggi e di corsi di formazione rivolti a bambini in India». Ci si stupisce di fronte ai desideri di pace dei giovani e delle giovani progettiste, come fa Serena, educatrice, riferendo del suo «stupore di fronte a chi ha elaborato progetti per raccontare ad altre scuole del territorio padovano quello che hanno imparato facendo questo percorso, portando all’attenzione quello che sta succedendo nel mondo in merito alle guerre e in merito alla ricostruzione di un tessuto di pace». Sembra impossibile, ma noi ci vogliamo credere!
La riflessione di Giovanni Morando, docente dell’istituto Marconi di Padova: «L’educazione alla pace è un temadelicato e spinoso. Il progetto ha fornito un ottimo approfondimento sul tema guerra/ pace nel rispetto delle inclinazioni o opinioni personali, aiutando così studenti e docenti a capire meglio questa dicotomia purtroppo estremamente attuale. Tenendo conto poi che i media spesso trattano il tema in maniera polarizzata e polarizzante senza aiutare la formazione di una posizione personale consapevole, una tale proposta risulta ancora più importante e utile».
Le impressioni della classe 4D del liceo Duca d’Aosta di Padova: «Il progetto si prefigge di instillare in noi lo stimolo per realizzare la pace concretamente nel nostro mondo. Possiamo attuare strategie per migliorare delle condizioni di vita di chi vive in situazioni di bisogno. Per realizzare la pace, bisogna prima essere educati a comprenderne il valore: è giusto che la scuola abbia aderito».