Fatti
Rinunciare a curarsi per colpa di una pensione troppo bassa. Succede in Italia, succede in Veneto, dove almeno il 10 per cento dei pensionati – parliamo di oltre 120 mila persone con più di 65 anni di età – si vede costretto a convivere con malanni, acciacchi o anche malattie più gravi per mancanza
di soldi.
«Con liste d’attesa lunghissime – precisa l’Anp, Associazione nazionale pensionati di Cia Veneto – in tanti si trovano costretti a rivolgersi alle strutture private. Molti, ma non tutti. Uno su dieci, appunto, non lo fa a causa di pensioni minime che non arrivano neanche a 600 euro al mese. In pratica, tra il mettere insieme il pranzo e la cena e le visite specialistiche, preferiscono mangiare».
Il tema è stato affrontato lunedì 16 marzo, in occasione dell’assemblea elettiva che ha visto la conferma di Giovanna Gazzetta come presidente di Anp Cia Veneto: «L’articolo 32 della Costituzione – ha sottolineato Gazzetta – sancisce che la salute è un fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Devono essere garantite cure gratuite agli indigenti, cosa che, di fatto, non sempre accade. Il privato può integrare il servizio pubblico, ma non sostituirlo».
Le previsioni non sono incoraggianti, tenendo anche in considerazione che il Veneto invecchia più dell’Italia e dell’Europa: 46,9 anni di età media, superando sia la media nazionale (46,6) sia quella europea (45) e dal 1995, quando l’età media regionale era di 39 anni, l’incremento è stato del 20,26 per cento. «Senza ulteriori finanziamenti, nei prossimi anni la spesa per la sanità pubblica potrebbe addirittura scendere sotto il 6 per cento del Pil, con un conseguente grave impatto sociale. Auspichiamo – ha aggiunto la presidente – che vengano previsti nuovi investimenti nei servizi socio-sanitari territoriali e domiciliari al fine di assicurare i servizi nelle aree rurali e in quelle interne: qui tanti anziani vivono soli e hanno necessità di attenzione e inclusione attraverso un’adeguata rete».
A Padova i malati cronici affrontano difficoltà economiche: il 25 per cento ha rinunciato a spese come vacanze o svaghi per sostenere le cure. Visite frequenti e ricorso al privato (26 per cento) pesano, mentre liste d’attesa (42 per cento) e costi (23 per cento) portano il 14 per cento a ridurre gli esami.