Chiesa
Alla vigilia del 21 marzo, giorno in cui la Chiesa ricorda il transito di Benedetto da Norcia (480-547), padre del monachesimo occidentale e patrono d’Europa, il Sir ha incontrato dom Jeremias Schröder, dal 2024 abate primate della Confederazione benedettina.
Un dialogo sul significato attuale del messaggio benedettino e sulle sfide dell’Europa contemporanea: guerre, divisioni, trasformazioni sociali e intelligenza artificiale. Domenica 15 marzo dom Schröder, ha presieduto la celebrazione dei 1300 anni della fondazione dell’Abbazia benedettina della Novalesa (To), in occasione della festa di Sant’Eldrado.
Dom Schröder il 21 marzo celebriamo San Benedetto da Norcia, proclamato ‘Padre d’Europa’. Ma in un continente oggi segnato da divisioni e conflitti, quale potrebbe essere il messaggio di San Benedetto?
San Benedetto è stato nominato patrono principale d’Europa da Paolo VI nel 1964 e mi è sempre parso un gesto profetico. Benedetto ha dato una forma di vita, dei principi di ordine e di struttura che permettono agli uomini di vivere insieme in un monastero ma che, in senso più ampio, possono aiutare anche le società a funzionare. In questo senso San Benedetto sta proprio all’origine dell’Europa pacifica e democratica, una famiglia di nazioni. Dobbiamo ricordarci che noi in Europa siamo chiamati ad un’unità molto profonda. Questo non esclude contrasti e conflitti, ma implica che essi debbano essere risolti pacificamente, nella consapevolezza di appartenere ad una stessa famiglia di nazioni.
“Pax” è il motto universale dell’Ordine di San Benedetto. In un mondo segnato da guerre, conflitti e divisioni culturali, in che modo i monasteri e le comunità benedettine possono oggi rendere attuale questo ideale e tradurlo in azioni concrete di pace?
Questa domanda la feci anche a Papa Francesco nel 2024 e lui mi rispose: ‘Cominciate da dentro’. Conosceva bene la vita religiosa e voleva ricordarci che la pace deve nascere prima di tutto all’interno delle nostre comunità. Non possiamo proclamare la pace se nel monastero c’è conflitto. La pace si costruisce nella vita quotidiana: nella famiglia, nel villaggio, nella comunità, nel monastero. È lì che dobbiamo imparare a capire l’altro, a riconoscere i suoi bisogni, le sue debolezze e il suo possibile contributo.
L’Europa sembra oggi più un progetto economico che spirituale o culturale. Senza una visione più profonda dell’uomo e della comunità, può davvero reggere nel lungo periodo?
Credo che il momento storico ci obblighi a riflettere su questo. Non soltanto sulle guerre e sui conflitti ma anche sulle innovazioni tecnologiche. Con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale ci dobbiamo veramente chiedere che cosa ci rende umani, dove sta l’essenziale dell’umanità. Nella tradizione cristiana e monastica troviamo una risposta importante: l’uomo è creato a immagine di Dio. Siamo chiamati a cose grandi e non dobbiamo dimenticarlo.
San Benedetto ha contribuito a costruire l’Europa con la croce, il libro e l’aratro, unendo preghiera, cultura e lavoro. Quanto sono attuali oggi le virtù benedettine e come possono essere applicate concretamente nella vita quotidiana?
La croce ci ricorda il ruolo della fede. Senza una visione profonda di chi siamo non possiamo costruire nulla di duraturo. Il libro è invece il simbolo della cultura, dell’educazione, della trasmissione del sapere e della formazione delle persone. Dobbiamo leggere, questo ci insegna San Benedetto, prendiamo seriamente la lettura dei libri, andiamo in profondità delle cose non accontentiamoci dei video brevi che troviamo sul web.
Quindi non abbandonarsi alle semplificazioni: san Benedetto ci invita a riconoscere la nostra umanità, a metterci in gioco nella fatica del lavoro e dello studio?
C’è una frase bellissima nella regola di San Benedetto: “A coloro che vengono al monastero bisogna mostrargli l’umanità” e lì è contenuto veramente il punto essenziale. Non dobbiamo pretendere di essere perfetti o già santi ma dobbiamo ammettere la nostra umanità e approfondire sempre più che cos’è quello che ci rende umani. L’Intelligenza artificiale oggi può fare tante cose anche utilissime ma ci sfida a definire che cosa ci distingue in quanto esseri umani. Forse proprio grazie a queste nuove tecnologie saremo ancora più liberi di coltivare ciò che è essenziale nella nostra umanità.
Che cosa rende davvero umano l’essere umano?
“Il dialogo, il racconto, la conversazione, l’amore anche inteso come specchio dell’amore divino. Essere umani significa entrare in relazione, guardarsi negli occhi, riconoscersi reciprocamente”.
Che cosa rappresentano i monasteri benedettini nel mondo contemporaneo?
Io vedo il monastero come un luogo di una vita convincente che è anche costruita in una forma che ha un senso. Nella quotidianità più semplice sperimentiamo la fraternità: mangiamo insieme, lavoriamo insieme, ognuno serve l’altro. Ognuno ha i propri compiti e si vive una convivenza reale e concreta. Certo, non mancano le difficoltà, ma quando si riesce a superarle diventano una ricchezza. Nei nostri monasteri vedo proprio questo: una vita fondata sulla fede, ma allo stesso tempo molto umana, fraterna e autentica.
Quale messaggio di speranza desidera affidare all’Europa e al mondo?
Siamo davanti a tante sfide, vediamo che l’ordine del mondo si sta trasformando e forse anche collassando; vediamo violenza, guerre, rabbia, tensioni economiche, crisi ambientale, ma non dobbiamo perdere la fiducia. Non perdere la speranza. È questo che ci anima per andare verso il mondo futuro, che sarà differente da quello attuale, con speranza e fiducia. Dio è il Signore della storia.