Fatti
Quando parliamo di memoria delle vittime innocenti delle mafie “dobbiamo fare attenzione a una cosa: la memoria non è un rito. Non è una celebrazione che si ripete ogni anno e poi si archivia fino all’anno successivo”. In occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie che si celebra oggi, 21 marzo, parla al Sir mons. Pino Demasi, referente per la Calabria di Libera, sottolineando che la Giornata nasce per “evitare questo rischio. Nasce – spiega – da un gesto semplice e potente: leggere ad alta voce i nomi delle vittime innocenti che vuol dire restituire loro un volto, una storia, un sogno interrotto. Non sono numeri ma persone: padri, madri, figli, lavoratori, amministratori, cittadini, magistrati, sacerdoti, forze dell’ordine. Quando pronunciamo i loro nomi restituiamo loro dignità, ma nello stesso tempo ci assumiamo un compito: continuare il loro cammino di giustizia. La memoria diventa davvero viva quando si trasforma in responsabilità collettiva, in impegno concreto perché i territori siano più giusti, più trasparenti, più solidali”. Quest’anno “ci consegna due immagini molto forti: la fame e la formica. La fame è quella di verità e di giustizia e la formica che ha due stomaci: uno per nutrire sé stessa, l’altro per portare nutrimento al formicaio. Si nutre pensando alla comunità”. Una immagine “bellissima di quello che dovrebbe diventare la memoria: non qualcosa che consumiamo per noi, ma energia che alimenta tutta la comunità”.
Quali responsabilità hanno istituzioni, scuola e informazione?
Se vogliamo capire davvero il ruolo delle istituzioni nella lotta alle mafie, dobbiamo partire da una verità semplice ma decisiva: la mafia cresce dove lo Stato è debole, ma arretra quando lo Stato è giusto, credibile e vicino ai cittadini. Le mafie non sono soltanto organizzazioni criminali. Sono sistemi di potere. Per questo la loro sfida non è solo giudiziaria: è una sfida alla democrazia. Per molti anni si è pensato che la mafia fosse invincibile, una realtà inevitabile del nostro Paese. Poi la storia ha dimostrato che non è così. Ma la repressione da sola non basta. Le istituzioni devono prevenire, non soltanto punire. C’è poi un segno molto forte che sono i beni confiscati e restituiti alla collettività. E la scuola che diventa decisiva in quanto rappresenta uno degli strumenti più potenti per contrastare le mafie formando cittadini consapevoli perché la mafia è prima di tutto una mentalità. E l’informazione: senza giornalismo libero molte verità resterebbero nascoste.
Fare informazione libera non è mai stato facile, ma oggi più che mai è mai necessario raccontare i fatti, con precisione e responsabilità. E allora dobbiamo essere grati a quei giornalisti, sono tanti, che hanno dato la vita o vivono sotto scorta per il loro servizio alla verità e alla democrazia.
Mi piace ricordare un giornalista calabrese, Michele Albanese, vissuto per anni sotto scorta per il suo lavoro.
Come riconoscere oggi le forme più invisibili della presenza mafiosa?
Un tempo si pensava che le mafie fossero un fenomeno lontano, confinato in alcune regioni del Sud. Oggi sappiamo che non è così. Sono presenti ovunque e spesso non si presentano con la violenza spettacolare delle armi, ma con il volto della normalità. Per questo è importante capire che il problema non è solo l’infiltrazione mafiosa. Contrastare questo significa rafforzare la partecipazione civica, chiedere trasparenza, costruire comunità vigili, più giuste, più inclusive, più attente al bene comune.
Che cosa possiamo fare per non lasciare soli i familiari delle vittime?
Per molto tempo, dopo un omicidio mafioso, alle famiglie restavano solo il dolore e il silenzio. Molti familiari hanno scelto di non chiudersi nel lutto privato. Hanno deciso di trasformare il dolore in impegno civile. Hanno cercato la verità nei tribunali, hanno chiesto giustizia, hanno lottato contro l’oblio. Queste famiglie hanno fatto qualcosa di decisivo: hanno restituito i nomi e le storie alle vittime.
Perché la mafia non uccide solo le persone, prova anche a cancellarne la memoria. Loro sono diventati educatori civili.
Quale contributo può offrire la Chiesa?
La Chiesa non può restare neutrale davanti alle mafie. Il suo ruolo nella lotta alle mafie è prima di tutto un ruolo di coscienza, di liberazione e di accompagnamento delle comunità. La prima responsabilità è dire che la mafia è peccato, perché è violenza, dominio, idolatria del potere e del denaro. In questa direzione sono stati decisivi momenti profetici della Chiesa, come le parole di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi. La Chiesa combatte, poi, le mafie soprattutto educando le coscienze che significa anche denunciare apertamente fatti e misfatti delle mafie, accompagnando la denuncia con gesti profetici. Pensiamo alla possibilità di utilizzo dei beni confiscati o alla importanza di stare accanto alle vittime innocenti delle mafie e ai loro familiari.