Chiesa
Uomini e donne fedeli a Dio e all’impegno a “non abbandonare l’amico lungo la strada, rimanendogli accanto per mostrargli amicizia”. Ma soprattutto uomini e donne abitati dalla pace, che con la loro vita e il loro martirio hanno lasciato un’eredità “vitale in un mondo dilaniato dalle guerre”. E’ Dom Thomas Georgeon, Abate dell’Abbazia di La Trappe (Francia) e postulatore della causa dei 19 martiri di Algeria, a parlare così della loro testimonianza. Dopo il film “Uomini di Dio”, la mostra “Chiamati due volte” dedicata appunto alla loro testimonianza, sta riscuotendo un successo straordinario. Presentata per la prima volta al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli di Rimini, dove 15.000 persone l’hanno visitata, la mostra è ora esposta a New York, Parigi, Lourdes, Milano, Roma, Madrid, Buenos Aires. Mercoledì scorso, 18 marzo, padre Georgeon è stato ricevuto da Papa Leone in udienza. Abbiamo così chiesto all’abate di parlarci dei martiri di Algeria, anche in vista del viaggio apostolico che il Papa farà nel Paese dal 13 al 15 aprile.
Qual è l’eredità dei monaci di Tibhirine oggi?
In primo luogo, la fedeltà a una persona (Cristo) e a un impegno (la vita monastica) fino alla fine, a prescindere da qualsiasi difficoltà. In un mondo profondamente segnato dall’individualismo, dove la perseveranza non è più valorizzata (impegno nel matrimonio, nella vita religiosa, nel sacerdozio, nella vita comunitaria…), al primo segno di difficoltà, le persone preferiscono arrendersi o buttare via tutto. Ebbene, questi martiri ci mostrano una via completamente diversa, una via di radicamento in una scelta di vita fedele a Dio e a coloro con cui questo impegno è stato stretto.
Un impegno che li ha portati al martirio.
Sono martiri dell’alterità: hanno permesso all’Altro (Dio) di guidare le loro vite sulle orme di Gesù Cristo, fino alla morte, e sono morti per amicizia e fedeltà all’altro, a chi condivideva la loro vita – cioè un popolo, in questo caso il popolo algerino – e non aveva scelta. I monaci di Tibhirine avrebbero benissimo potuto scegliere di andarsene; vi assicuro che tutto era stato predisposto per la loro partenza dalle autorità civili e religiose! No, il loro desiderio, da cristiani, non era quello di abbandonare il loro amico lungo la strada, ma di rimanergli accanto per mostrargli amicizia, compassione… Infine, vorrei aggiungere un altro tratto.
Quale?
I martiri di Algeria insegnano cosa significa la gratuità. È un termine che non sentiamo più molto nelle nostre società, dove tutto deve essere utile, redditizio… La loro vita scaturisce da questo totale altruismo che non si aspetta nulla in cambio. La loro morte va intesa come un atto gratuito, un dono aggiuntivo che riecheggia il sacrificio di Cristo sulla Croce, l’inimmaginabile bontà di Dio. Dio che ama e perdona, come racconta padre Christian de Chergé nel suo testamento spirituale.
Perché il loro messaggio è importante oggi, in un mondo in fiamme?
Perché erano profondamente uomini di pace. Questo non significa che non fossero a volte tormentati dal dubbio e dalla violenza, ma in definitiva, la pace ha sempre prevalso nelle loro vite. Erano profondamente legati alla gioia di pace che coloro che li circondavano, speravano costantemente di trovare. Erano un po’ come Maria ai piedi della Croce, che aiuta a sopportare con serenità ciò che ci opprime, a dare la priorità a ciò che non possiamo evitare, ricordandoci che il segreto della forza dello Spirito si accoglie in un cuore animato dal desiderio di pace. È sorprendente constatare che, dopo l’uscita del film “Uomini di Dio” 15 anni fa, oggi la mostra “Chiamati due volte” stia riscuotendo un successo straordinario. Presentata per la prima volta al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli di Rimini, dove 15.000 persone l’hanno visitata, la mostra è ora esposta a New York, Parigi, Lourdes, Milano, Roma, Madrid, Buenos Aires… A testimonianza del fatto che questo messaggio di pace dei monaci di Tibhirine, ma più in generale dei 19 martiri d’Algeria, riveste un’importanza vitale in un mondo dilaniato dalle guerre.
Cosa le ha detto il Papa a proposito di questa eredità quando lo ha incontrato in Vaticano?
Il Papa conosce bene questo recente capitolo della storia della Chiesa in Algeria. Ricordiamo che la sera della sua elezione, l’8 maggio, giorno in cui la Chiesa commemora liturgicamente i 19 martiri d’Algeria, egli ha invocato una pace “disarmante e disarmata”, parole in qualche modo ispirate all’esperienza del vescovo Claverie, delle due monache agostiniane Esther e Caridad e dei monaci di Tibhirine. La scorsa estate, nel suo messaggio per l’incontro di Rimini, ha detto di questi martiri: “In essi risplende la vocazione della Chiesa ad abitare il deserto in profonda comunione con l’intera umanità, superando i muri di diffidenza che contrappongono le religioni e le culture, nell’imitazione integrale del movimento di incarnazione e di donazione del Figlio di Dio”. È questo cammino di presenza e semplicità, di conoscenza e di “dialogo di vita”, che è il vero cammino di missione. Non un’auto-esibizione, nell’opposizione delle identità, ma il dono di sé fino al martirio di coloro che adorano giorno e notte, nella gioia e nella tribolazione, Gesù come unico Signore.
Siamo circondati e devastati dal male, dalla violenza stessa delle parole, dal conflitto più forte di ogni dialogo… come possiamo non cadere nella disperazione… è possibile vincere il male?
Usciamo da un Anno Giubilare di Speranza; non dobbiamo perderlo! Non siamo angeli; siamo tutti segnati dal male e dalla violenza, a volte ne siamo noi stessi gli artefici. Il Cardinale Pizzaballa ha recentemente parlato con forza della situazione in Medio Oriente: “L’abuso e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa guerra, o qualsiasi altra guerra, costituiscono il peccato più grave che possiamo commettere in questo momento”. “La guerra, ha continuato, è prima di tutto politica e serve interessi molto concreti, come la maggior parte delle guerre. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per non lasciare spazio a questa retorica pseudo-religiosa, che non parla di Dio, ma di noi stessi”. Per vincere il male, dobbiamo iniziare a combatterlo dentro di noi, estirpando ogni nostra sete di potere, di possesso, di dominio sugli altri”.