Idee
Dicono che lo sport sia la cartina tornasole di un Paese. E allora qual è la vera Italia? Quella che vince i mondiali di pallavolo maschili e femminili nel giro di poche settimane? Quella dei trionfi del tennis? La vera Italia è quella che fa incetta di medaglie alle Olimpiadi, estive e invernali? È quella che batte gli Stati Uniti nel baseball, l’Inghilterra nel rugby, la Giamaica nei 100 metri? Oppure l’Italia vera è quella che ieri sera si è fatta umiliare — abbiamo la dignità di non mettere in mezzo gli arbitri, per favore — da una modestissima Bosnia Erzegovina, saltando così il terzo mondiale di fila? L’Italia vera ha il volto di Angelo Binaghi, il dirigente che ha preso per mano il tennis italiano nel 2001, quando trovare il nome di un azzurro in un tabellone ATP era pressoché impossibile, per accompagnarlo in un cammino lungo e faticoso di riforme che ci ha portati a vincere slam, Davis, Billie Jean Cup e numeri 1 al mondo? Oppure dobbiamo guardarci allo specchio e trovarvi il volto di Gabriele Gravina, che dopo otto anni di mancate riforme — complice una Lega di Serie A pressoché imbarazzante — e dopo la debacle più grave del calcio italiano dai primi calci a un pallone a fine ‘800 nel porto di Genova non trova nemmeno il coraggio di pronunciare la parola “dimissioni” se non per negarle con una battuta sprezzante?
Qual è, insomma, la vera Italia? Quella delle sparute eccellenze o quella del declino sistemico? Il calcio non è solo sport: è appartenenza, tifo, identità. E proprio per questo il suo tracollo è specchio di una crisi che si estende su tutti i fronti: economico, culturale, politico, istituzionale e — ahimé — demografico.
I numeri non mentono. Nel 2025 le nascite sono scese a 355.000, con un tasso di fecondità crollato a 1,14 figli per donna — il minimo storico dall’Unità d’Italia, sedicesimo anno consecutivo di calo. L’ISTAT prevede che la popolazione passerà dagli attuali 59 milioni a 45,8 milioni nel 2080, un crollo del 22%. Sul piano economico, il Paese è rimasto sostanzialmente fermo tra il 2000 e il 2008 per burocrazia e pressione fiscale, e il PIL 2025 ha chiuso a +0,7%, replicando la crescita anemica dell’anno precedente. Secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico Paese UE in cui i salari reali sono diminuiti dal 1990 ad oggi. Le conseguenze sui giovani sono devastanti: oltre un milione di italiani è emigrato nell’ultimo decennio, un terzo dei quali tra i 25 e i 34 anni, e la fuga dei cervelli è costata al Paese circa 134 miliardi di euro tra il 2011 e il 2023. Nonostante le promesse di ogni governo — da Renzi a Meloni — nessuno è riuscito ad arrestare la caduta. Tutti si danno la nomea di “riformista”, ma di riforme non se ne vedono all’orizzonte.
Eppure l’Italia che sa fare, sa fare come pochi. Non parliamo solo di moda e cibo. L’Italia è tra i primi dieci Paesi al mondo per produzione scientifica, e nella classifica degli studiosi più citati al mondo (top 0,05%) conta più ricercatori della Francia, pur avendo un PIL inferiore del 21% e una popolazione più piccola del 16%. Ospita la più grande base industriale europea nel settore macchinari e attrezzature, ed è seconda in Europa per installazione di robot industriali. L’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova è un punto di riferimento mondiale nella robotica umanoide, cognitiva e bio-ispirata, e il suo iCub è utilizzato in oltre venti laboratori di ricerca nel mondo. Leonardo investe circa 2,5 miliardi di euro l’anno in ricerca e sviluppo nell’aerospazio, nella cybersecurity e nell’intelligenza artificiale, generando il 18% delle esportazioni manifatturiere hi-tech del Paese. I Politecnici di Milano e Torino competono ai vertici delle classifiche globali in ingegneria. Insomma: il talento c’è, la capacità c’è, le eccellenze ci sono — sparse, tenaci, spesso in lotta contro un sistema che le ostacola più di quanto le sostenga.
Ed è proprio qui che il parallelo con il calcio smette di essere una metafora e diventa diagnosi. Se il calcio perde appeal perché i ragazzi preferiscono il tennis, il padel, o semplicemente non vogliono più stare seduti novanta minuti a guardare ritmi blandi senza trepidazione, non è un dramma. È evoluzione, è fisiologia, è il mondo che cambia. Ma se uno dei principali simboli identitari del Paese — che resta la terza o quarta potenza calcistica al mondo per club, e ha quattro stelle sulla maglia — crolla così, sistematicamente, per tre cicli consecutivi, allora il problema non è il pallone. Il problema è ciò che quel crollo rivela: un’incapacità strutturale di riformarsi, un’assenza di visione, una resa che somiglia più a una malattia che a un incidente. Come la frana di Niscemi — quattro chilometri di fronte, scarpate che avanzano, i geologi che spiegano che non è tecnicamente possibile stabilizzare il versante — il declino italiano procede lento, visibile, annunciato, e nessuno riesce a fermarlo. Non perché manchi il talento o la competenza: ma perché manca la volontà collettiva di affrontare il problema prima che diventi irreversibile. La frana non si ferma con le battute sprezzanti, né con le promesse del prossimo governo. Si ferma solo se qualcuno, un giorno, decide di fare quello che Binaghi ha fatto con il tennis: prendersi la responsabilità, avere il coraggio di un piano lungo vent’anni, e mettersi a lavorare. In silenzio, con fatica, senza cercare scorciatoie. L’Italia che sa fare cose straordinarie esiste. Il problema è che sta aspettando un Paese che le venga dietro.