Chiesa
“Ero qui al santuario sul monte Nebo quando mi è arrivata una telefonata dalla Segreteria di Stato che mi chiedeva, su indicazione di Papa Leone XIV, di preparare le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo, anche alla luce dell’ottavo centenario della morte di San Francesco che si sta celebrando. Mi sono sentito onorato ma anche un po’ intimorito da questa richiesta che ho subito sostanzialmente accettato, ho pensato che era un bene per la Custodia e per i cristiani in Terra Santa”. Così padre Francesco Patton racconta al Sir come è nata la richiesta del Pontefice di redigere i testi per il tradizionale appuntamento del Venerdì Santo (3 aprile).
Custode di Terra Santa. Per nove anni Custode di Terra Santa (2016-2025), il francescano riconosce quanto questa esperienza abbia inciso profondamente sul suo lavoro: “Se non fossi stato così a lungo a Gerusalemme, probabilmente non avrei scritto le cose che ho scritto in questa Via Crucis”. Tuttavia, precisa, si tratta di uno sguardo che va oltre i confini geografici: “La mia esperienza di Custode non riguarda solo la Terra Santa o il Medio Oriente. In questi anni, ho avuto con frati che venivano dal Kivu, in Congo, e che avevano perso familiari nelle ultime guerre combattute, ho ascoltato l’esperienza dei cristiani e dei frati in Siria, in Libano, in America Latina, in Ucraina, come quella dei rifugiati a Cipro e a Rodi. Dentro l’esperienza in Terra Santa c’è anche l’internazionalità della Custodia, del suo impegno pastorale e degli stessi pellegrini”. Ne scaturisce una Via Crucis “occasionata dall’essere stato a Gerusalemme, ma con un’apertura che riguarda il mondo intero”, capace di restituire una fotografia dell’umanità contemporanea, segnata da conflitti, sofferenze, discriminazioni e persecuzioni.
Devozione francescana. Alla radice delle meditazioni, sottolinea padre Patton, c’è il cuore stesso del francescanesimo: “La Via Crucis è una devozione tipica francescana perché San Francesco aveva una devozione particolare per la Passione del Signore, perché è la misura del Suo amore per ciascuno di noi”. Il Poverello, ricorda, “parla della passione tantissime volte e parla della nostra vita usando le categorie di San Pietro”, indicando nella sequela di Cristo il senso dell’esistenza cristiana. Al capitolo X della “Regola bollata” ci ricorda che “dobbiamo desiderare sopra ogni cosa di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro e di avere umiltà, pazienza nella persecuzione e nell’infermità, e di amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci accusano”. La via della croce non è solo la via di Gesù, ma anche del suo discepolo.
Con i ‘crocifissi’ della storia. Un cammino che nasce dall’incontro con i “crocifissi” della storia, come i poveri e i lebbrosi, che viene illuminato dall’incontro col Crocifisso di san Damiano e col Vangelo e che trova espressione nella tradizione della Via Crucis, sviluppata proprio grazie alla presenza dei francescani a Gerusalemme lungo la Via Dolorosa. “La tradizione francescana ha sempre ritenuto la Via Crucis una pratica di devozione importante perché espressiva di quello che è il senso della vita cristiana”, osserva il frate, ricordando che essa conduce sempre alla luce della risurrezione:
“Il senso della Via Crucis è la tomba vuota, cioè la Pasqua”.
Insultati e colpiti. Nelle meditazioni emerge anche l’immagine di una Gerusalemme attuale, simbolo della cristianità di oggi: “Nel susseguirsi delle Stazioni, spesso accade di essere disturbati, insultati, colpiti da sputi. Ma questo è ciò che rende la Via Crucis autentica e paradigmatica della vita cristiana oggi, perché è quello che è successo a Gesù”. Una condizione che interpella direttamente i credenti:
“Il cristiano non può illudersi di vivere la sua vita in un contesto di devozione tranquilla. Deve imparare a viverla in un contesto profondamente disturbato, com’è quello del mondo in cui concretamente viviamo”.
La Via Crucis, quindi, non è solo rito o un pio esercizio spirituale: “Non deve essere un fatto meramente rituale o intellettuale ma deve coinvolgere tutta la nostra persona”. Nei testi, spiega padre Patton, compaiono i personaggi evangelici, ma in filigrana si intravede l’umanità di oggi, con i suoi drammi e le sue contraddizioni: il tema del potere, l’umiltà di Maria, “la sofferenza delle madri e delle donne, il loro sguardo di tenerezza, opposto alla brutalità, ma anche il valore del tanto bene che fanno i Cirenei del volontariato e anche dell’informazione”, soprattutto nei contesti di guerra.
“La Via Crucis – ribadisce – non ci fa meditare solo in maniera astrattamente spirituale. Gesù Cristo ha fatto quel percorso, ha patito quella morte per ridare dignità a ciascuno di noi”. Per questo le riflessioni nascono dal Vangelo e dagli scritti di Francesco con un taglio esistenziale: “Se noi non ‘sentiamo’ la Parola che ci parla, tanto vale leggere un romanzo”.
Sguardo di speranza. Infine, lo sguardo si apre alla speranza: “La mia speranza è che le meditazioni di questa Via Crucis vengano colte come un lieto annuncio di speranza”. Un messaggio rivolto a tutti, credenti e non credenti: “Che possano ‘sentire’ quanto Gesù Cristo è vicino a loro, anche a quelli che si sentono distanti da Lui”. E anche un invito alla conversione dello sguardo: “Vorrei che quelli che disprezzano il debole, il povero, chi ha sbagliato nella vita, si rendessero conto che Gesù Cristo non è morto per i giusti, ma per i peccatori. E magari ricordassero l’insegnamento di Gesù quando dice che la persona che ha fatto poca esperienza di perdono è – di solito – poco capace di amare”. “Sentire Gesù vicino – conclude – ci fa scegliere di seguire le sue orme che portano alla Pasqua, l’unica realtà capace di dare un fondamento solido alla nostra speranza e all’orizzonte della nostra vita”.