Chiesa
Tempo fa, una ragazza di grande fede, che frequentava la chiesa e l’oratorio, mi fece una domanda inaspettata: “Ma voi sacerdoti che celebrate messa, sicché consacrate il pane che diventa Corpo di Cristo nelle vostre mani, che cosa provate in quel momento? Per me – continuò – sarebbe un’emozione insostenibile l’idea di rendere presente Gesù Cristo con il gesto della mia mano e le parole della mia bocca, io morirei!”.
Non solo non seppi che cosa rispondere, ma mi sentii profondamente in imbarazzo e tremendamente in colpa. Mentre, infatti, tentai di balbettare una risposta decente, pensavo tra me e me: “che vergogna… io non muoio mica! Eppure celebro ogni giorno, forse con riprovevole leggerezza”.
Quel tarlo mi rimase dentro e continuai a pensare al mio modo di vivere la celebrazione, finché un pensiero mi illuminò e le fornii la risposta di cui finalmente ero convinto: “Immagina se il sacerdote avesse facoltà di consacrare ma non avesse possibilità di consumare… allora davvero morirei! Cos’è più “sconvolgente”: consacrare il Corpo di Cristo oppure mangiarlo? Senza dubbio la seconda. Il vero dono non è il potere del sacerdote, ma del cristiano”.
Questo pensiero non mi ha mai abbandonato e sempre mi accompagna. Sotto l’ispirazione di sant’Agostino, citato dal nostro Santo Padre Leone XIV proprio nella sua prima benedizione Urbi et Orbi lo scorso 8 maggio quando si presentò al mondo dalla loggia delle benedizioni dicendo di se stesso: “Sono figlio di Agostino, il quale ha detto: ‘Con voi sono cristiano e per voi vescovo’. In questo senso possiamo tutti camminare insieme verso quella patria che Dio ci ha preparato”. Ecco come io, analogamente, vivo il mio ministero sacerdotale dicendomi continuamente “per voi sono pastore, con voi sono fedele” e la gioia più profonda è essere agente di comunione, punto di riferimento per l’unità di una porzione di popolo di Dio, strumento che rende possibile l’esercizio della fede nel cuore dei credenti, fra i quali sono anch’io, insieme con gli altri.
Se, infatti, il sacerdozio battesimale è comune a tutti i credenti in Cristo, amo interpretare il mio ruolo presbiterale in primo luogo come riferimento propulsore di unità. Ovviamente ci sono infiniti altri aspetti.
Un altro grande elemento caratteristico del dono e della grandezza dell’Ordine per me è legato alla facoltà di confessare. Quante volte ho potuto constatare che le persone che conosciamo nel loro comportamento esteriore, di cui vediamo immediatamente i difetti e troppo spesso ignoriamo invece gli sforzi per emendarsi e migliorare – per cui ci viene spontaneo affibbiare giudizi, convinti come diventiamo che “quella persona è così e non vuol cambiare, possibile che neppure se ne renda conto?” – poi invece quella stessa persona, nel segreto del confessionale, si mostra nella sua interiorità travagliata e confessa come un peso da cui non riesce a liberarsi proprio quella caratteristica di cui invece all’esterno sembra vantarsi. Ho sempre pensato che tutti sarebbero profondamente arricchiti se avessero l’opportunità di fare l’esperienza che solo al sacerdote è dato di fare, ossia conoscere gli altri nel momento della confessione, perché dopo quell’esperienza si è portati a guardare tutti da un altro punto di vista, molto più umano e comprensivo.
Che grande dono, sovrumano, abbiamo ricevuto con il sacerdozio. Dono che non solo i sacerdoti presbiteri hanno ricevuto, ma tutti i fedeli sono arricchiti e vivificati da esso. Buon Giovedì Santo.