Fatti
“Giocarsi l’alleanza sarebbe controproducente per gli Stati Uniti, eppure il temperamento politico di Trump porta a metterla costantemente alla prova”. Secondo Alessandro Politi, direttore della Nato defense college foundation, si può riassumere così il rapporto tra Washington e i suoi alleati europei. Un legame dualistico e contraddittorio che oscilla tra interesse strategico e frizioni politiche. Tra dazi, critiche pubbliche e tecniche negoziali aggressive, l’Europa sembra spesso un vaso di coccio in mezzo al vuoto, chiamata a trovare la propria coesione per tutelare la propria voce nel mondo. Il tema non è solo politico, ma anche militare ed energetico, strettamente legato alle nuove sfide globali e alla necessità di una concertazione europea solida. In questo contesto, pur tra tensioni e divergenze, il rapporto transatlantico rimane un punto di riferimento imprescindibile.
Alla luce del discorso di Trump e delle sue ultime uscite pubbliche quale è lo stato di salute del rapporto tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei?
Il rapporto con gli alleati è dualistico e contraddittorio. Da un lato gli alleati esistono e sono una realtà conveniente per gli Stati Uniti. Trump non lo ammetterà mai apertamente, ma una serie di persone che conoscono il dossier glielo hanno detto chiaramente: giocarsi l’alleanza è assolutamente non conveniente per gli Stati Uniti. Anzi, come è stato scritto nella National Security Strategy, essere presenti in Europa è un interesse vitale. Però gli istinti politici dell’amministrazione portano a sottolineare ogni volta quello che manca.
La prima volta che tirò fuori questo tipo di tecnica fu quando disse che chi non paga sufficientemente non lo difendo, e ancora non si parlava di Hormuz. Il suo è semplicemente un modo per scuotere gli alleati e indurli a seguire i desideri, un atteggiamento che però sta diventando sempre più prevedibile. L’altra cosa è che l’Europa deve prendere sempre più coscienza della propria forza collettiva. L’auspicio è che i governi europei abbiano la consapevolezza di dover fare di più insieme. Come, questo è tutto da vedere, anche perché al momento appare legato soprattutto agli appetiti politici dei singoli governi europei.
Ma si può parlare a questo punto di una Nato europea?
Sembra strano ma di una “European Nato” si parla più volte in un paio di documenti statunitensi relativi alla difesa (National Security Strategy e National Defense Strategy). A mio avviso
gli Stati membri dell’Unione stanno cominciando a capire che il pilastro europeo della Nato non è un’astrazione, che è una realtà concreta.
Inoltre, i governi europei non dimenticano che nel Nord America c’è anche il Canada. Allo stesso tempo sanno europei però sanno benissimo che mantenere il rapporto transatlantico è molto importante. Il rapporto transatlantico è qualcosa di molto importante, un rapporto che include la Nato ma che va al di là della Nato. Gli alleati europei capiscono che con tutte le difficoltà presenti il rapporto transatlantico è un rapporto, comunque, da preservare e che non è solo di interessi. E anche gli americani lo dicono apertamente.
Prima i dazi, poi le critiche ai politici europei per arrivare alla mancata collaborazione militare… sembra che gli Usa abbiano voglia di tagliare definitivamente il cordone con l’Europa. Ma è proprio così?
C’è un rapporto affettivo che lega gli Stati Uniti all’Europa e al Regno Unito. Il temperamento politico di Trump è una delle componenti di questo dibattito che sicuramente è molto visibile e ne parlano tutti. Però dietro al temperamento politico ci sono poi anche un insieme di cose strutturate, stratificate, profonde che fanno parte di questa relazione. E che hanno un grado di resistenza, di tenuta direi, piuttosto forte. Non c’è dubbio che
in questo momento l’Europa è, dal punto di vista energetico, un vaso di coccio in mezzo al vuoto.
Le sue forniture, almeno formalmente, dipendendo per il gas dal Qatar e dagli Stati Uniti con costi estremamente. Attraverso i rapporti con l’Africa e in particolare con l’Algeria, che peraltro già avevamo, abbiamo cercato di cambiare il portafoglio energetico. Ma quando questo portafoglio viene scosso da una guerra scatenata nel Golfo che va ad incidere sull’embargo energetico, delle sanzioni energetiche fatte contro la Russia, ecco che l’Europa si trova nel vuoto.
In che modo le due guerre si toccano e cosa le lega?
Anzitutto c’è da dire che il dossier sulla sospensione della guerra in Ucraina non può essere fatto scivolare in secondo piano. In questo mese, poiché i due negoziatori principali, Witkov e il nostro Kushner, sono impegnati nella zona del vicino oriente del Golfo, mi pare che ci sia stato un rallentamento delle trattative. La nuova guerra del Golfo e quella che da quattro anni va avanti tra Russia e Ucraina sono una dentro l’altra e non è un gioco di parole. Tre i motivi: anzitutto, il delinearsi ormai di un mondo multipolare. Assistiamo poi sempre più a una potenza americana, a un governo americano, che ha deciso di non essere più la nazione indispensabile per gestire l’equilibrio del mondo e che quindi ha deciso di concentrarsi sostanzialmente sull’emisfero ovest, il continente delle Americhe, senza dimenticare né sottovalutare la questione con la Cina. Infine, una terza cosa: la presenza e il peso delle potenze regionali sono molto più forti.
E l’Europa?
In questo contesto l’Europa si trova in una situazione molto scomoda, dove però, anche se non riesce a fare tanto, deve perlomeno cercare di riunirsi in un nucleo, un gruppo di contatto europeo che parli con la stessa voce. E quindi, Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia, Svezia e anche il Regno Unito, come concertazione politica, devono ritrovarsi uniti sulle cose essenziali. Invece, in realtà, continuiamo a essere divisi anche tra i grandi paesi. E questa è una mossa suicida.
Comunque, ad un mese dall’inizio della guerra, quali equilibri si stanno delineando?
Molti dimenticano che siamo alla quinta guerra del Golfo. Io credo che quando si attacca l’Iran, stranamente la gente ha la memoria cortissima, la saldatura nazionale intorno al governo vigente è sempre molto forte. È successo già ai tempi della guerra Iran-Iraq; è l’effetto Valmy, come per la Francia rivoluzionaria. Anche i monarchici hanno combattuto sotto le bandiere della Francia rivoluzionaria.
La differenza con le altre sta forse nel diverso e particolare coinvolgimento di Israele nel conflitto?
No, in questa ultima guerra assistiamo ad un coinvolgimento militare più forte da parte di Israele, dal quale però, almeno al momento, non riesce a trarre reali benefici politici. Questa è la cosa più sorprendente, ma comprensibile, del governo di Tel Aviv: non si accorge che dalla guerra dei sei giorni ad oggi l’uso della forza ha sempre rendimenti e ricadute decrescenti sotto il profilo politico. In termini puramente di equilibrio militare si può dire di tutto, ma francamente
le guerre non si vincono militarmente: si vincono politicamente e per ottenere un risultato politico. E allora la domanda sorge spontanea: gli accordi di Abramo, con questa guerra, sono vivi o sono moribondi?
Un’ultima domanda. Si è parlato in questi giorni del caso Sigonella, di cui abbiamo avuto notizia a cose fatte. Quali le analogie e le differenze con il caso del 1985?
L’analogia più forte è il nome della base, Sigonella, tutto il resto è molto differente. Il caso di Craxi fu un caso evidente di protezione degli interessi nazionali in una situazione complessa di terrorismo. Il caso odierno è semplicemente un’attenzione del Governo attuale al rispetto di procedure tecniche che implicano il rispetto di un articolo della Costituzione. A mio avviso, si è trattato di un segnale politico sia ad uso interno che esterno sul quale, mi pare sia stato ampiamente e sufficientemente dibattuto.