Fatti
Come se i conflitti “eterni” che affliggono vaste regioni africane – da quella dei Grandi Laghi al Corno d’Africa – e le derive autoritarie non bastassero di per sé a mietere vittime, l’escalation militare in Medio Oriente aggrava il destino africano. E già rischia di affamare le comunità sotto scacco. Timori, sentori ed echi africani della guerra di Trump in Medio Oriente – con la reazione militare dell’Iran – giungono fino a noi, raccolti dai missionari italiani che operano in Africa.
“Senz’altro ci saranno ripercussioni economiche anche in Centrafrica”, prevede mentre è in viaggio verso la diocesi di Zemio, padre Aurelio Gazzera, carmelitano Scalzo e vescovo di Bangassou. La chiusura dello stretto di Hormuz ha già messo a rischio aiuti umanitari e prezzi dei beni legati all’energia, come avverte l’International Rescue Committee, e si intravedono ritardi nei trasporti e interruzioni nell’approvvigionamento dei beni. Che non aiutano, ad esempio, il Sudan in forte emergenza umanitaria. Tuttavia, come dice ancora padre Gazzera,
“ciò che a me preoccupa maggiormente è la questione politica: un presidente come Trump, che parte in guerra senza l’autorizzazione del Congresso, compie un atto gravissimo. E per diversi Paesi africani già autoritari, come il Centrafrica, questo rappresenta un pessimo modello”.
Altrettanto pessimo è l’esempio fornito alle molte milizie armate in azione nel contesto congolese. L’escalation militare, iniziata con la guerra di Israele su Gaza, poi spostatasi in Iran, “è una strada molto brutta intrapresa come fosse una discesa – dice il vescovo di Bangassou – e tuttavia c’è speranza! La speranza di coscienze che si ribellano. E di gente che si alza in piedi per dire no…”.
“Le ripercussioni economiche si sentiranno presto”, prevede suor Loreta Beccia, per anni missionaria in Camerun e in Congo. “Tutti i Paesi africani sono toccati da questa guerra (in Iran, ndr.) e sicuramente i trasporti condizioneranno molto il fabbisogno”, afferma don Lucio Brentegani dalla Guinea Equatoriale, in pace ma perennemente in bisogno economico. “Con la guerra ancora così attiva nell’Est del Congo al momento non è visibile la correlazione con il blocco dei beni nello stretto di Hormuz, ma probabilmente il gasolio e la benzina aumenteranno ulteriormente anche in Rdc, dicono le mie consorelle”, è ancora il timore di suor Loreta.
Per suor Elvira Tutolo, anche lei missionaria in Centrafrica come religiosa di Santa Giovanna Antida Thouret, “la preoccupazione è che il modello autoritario e militarizzato del Medio Oriente peggiori le cose anche qui da noi. Siamo molto concentrati sull’aumento dell’autoritarismo del nostro presidente Faustin Touadera, che sta portando il Paese verso la dittatura e vuole comandare per altri 30 anni, svendendo il Paese a russi, ai ruandesi e ai senegalesi”.
Da Addis Abeba padre Angelo Regazzo, salesiano, dice: “A breve anche qui in Etiopia ci saranno le elezioni governative per scegliere il partito dirigente e perciò ci sono comizi e campagne elettorali ovunque per cercare voti con le buone o con le cattive…”.
Un mondo in guerra nel Medio Oriente infuocato non aiuta a tenere sotto controllo crisi e povertà, miserie umane e bisogni che si sono cronicizzati da anni in Africa.
Anzi, rischia di accentuare l’effetto domino. Come spiega ancora bene suor Loreta, “non ci chiediamo mai quali ripercussioni possano avere da noi le guerre africane. Adesso però dobbiamo chiederci quali ripercussioni potranno avere le guerre mediorientali sulle nostre guerre africane e quindi sulle nostre comunità”. Se il resto del mondo si fa la guerra, chi media per la pace in Africa? Un acceleratore di povertà di cui il mondo africano impoverito e ricchissimo di risorse non ha certo bisogno.