Chiesa
La concretezza dei gesti, la tenerezza dei sentimenti. C’è stato tutto questo negli appelli che, durante la Settimana santa e nel giorno di Pasqua, papa Leone XIV ha dedicato alla pace e al cessare dei conflitti che imperversano nel mondo. Il primo fotogramma è quello della Domenica delle Palme in piazza San Pietro, davanti a molti ramoscelli d’ulivo innalzati per simboleggiare quella pace mite di cui Gesù, ha ricordato il papa, è sia «re» che «carezza» mentre «altri impugnano spade e bastoni». A loro il papa si è rivolto con le stesse parole pronunciate da Cristo quando uno dei suoi discepoli, secondo il racconto evangelico, aveva estratto un’arma per difenderlo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno».
La pace invocata dal papa, specialmente in quest’«ora oscura» per un mondo «conteso tra potenze che lo devastano», ha toccato tutto lo scibile dell’esistenza umana. Nella Messa crismale del Giovedì santo, Leone XIV ha ricordato come «il bene non può venire dalla prevaricazione» in qualsiasi ambito, non solo pastorale ma anche sociale e politico. «Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova».
La terza immagine immortala le mani – ancora quelle del papa – che nella Messa in cena Domini nella basilica di San Giovanni in Laterano hanno lavato i piedi ai giovani preti da lui stesso consacrati. Un gesto che, nelle parole di Leone XIV, ha richiamato il potere purificatore di Dio. Egli lava non solo il sangue grondante dei conflitti, ma anche l’immagine distorta che essi restituiscono: le “idolatrie” e le “bestemmie” che lo sporcano. E con esse il Signore ripulisce anche l’uomo stesso. «Che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto. Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore».
Gli appelli del papa sulla pace rimandano alla continua dicotomia tra male e amore. Allo stesso modo, le meditazioni scritte da padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, per la Via Crucis presieduta dal papa, hanno individuato una simile ambivalenza, ripercorrendo quella stessa strada percorsa da Gesù tra persone che ne «condividevano la fede» e «altri che deridono e insultano». «Così è la vita di tutti i giorni» ha scritto il frate minore: così è il cammino tracciato seguendo «le orme» di Gesù, come affermato dal papa recitando la Preghiera Omnipotens composta da san Francesco d’Assisi, insieme ai fedeli presenti al Colosseo nella notte del Venerdì santo.
È ancora il buio, questa volta preludio al mattino pasquale, che ha accompagnato la veglia nella basilica di San Pietro. «L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare». Leone XIV ha esortato a dare vita a un «mondo nuovo, di pace, di unità», partendo dai fallimenti dell’umanità, con un riferimento al mare attraverso cui Dio ha liberato gli israeliti dalla schiavitù dell’Egitto. Un elemento che il pontefice ha definito «porta d’ingresso» per l’inizio di una vita “libera”, ma anche “luogo di morte”, proprio mentre la cronaca restituiva l’ennesima tragedia del Mediterraneo: il naufragio di un barcone partito dalla Libia, che ha causato oltre 70 dispersi a Lampedusa. Qui Leone XIV si recherà il prossimo 4 luglio.
La notte, l’alba e poi la messa nel giorno di Pasqua. Certo, il male non si cancella in un giorno: la guerra «uccide e distrugge» e la minaccia è sempre in agguato. «La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge».
Ma si può e si deve raccogliere l’invito pasquale ad «alzare lo sguardo», scorgendo lo «spazio per una nuova vita che sorge», oltre i sepolcri e il dolore. «Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita».
«La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta». È l’invito che riecheggia nel tradizionale messaggio per l’Urbi et orbi. «Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo a essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo».
Perché se nel mondo ci sono battaglie, l’esempio per vincerle scaturisce dalla Pasqua: mani che abbracciano, e che non imbracciano armi. Un’esortazione che riprende l’appello rivolto da Leone XIV a Donald Trump, e ai leader del mondo: «Tornate al tavolo per dialogare, cerchiamo modi per ridurre la violenza che stiamo alimentando. E che la pace, soprattutto a Pasqua, sia nei nostri cuori».
«Invitiamo i sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutto il popolo dei credenti a partecipare alla veglia presieduta dal papa o a raccogliersi in preghiera nelle comunità locali: fermiamo il vortice del dolore, della sofferenza e della devastazione, diciamo il nostro “no” alla guerra, non abituiamoci all’orrore». L’ha affermato il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, annunciando l’adesione delle Chiese in Italia all’appello di Leone XIV per la veglia di preghiera per la pace in programma sabato 11 aprile nella basilica di San Pietro. Il papa ha invitato «tutti a unirsi in preghiera per la pace», chiedendo di far «udire il grido di pace che sgorga dal cuore». «Noi cristiani sappiamo che è possibile sperare contro ogni speranza» ha sottolineato il presidente della Cei, invitando le comunità – quelle che non possono essere a Roma – a raccogliersi in preghiera nelle proprie chiese.