Al passo di chi accompagniamo: in relazione per crescere come cristiani
La capacità evangelizzatrice delle comunità dipende dal servizio dei catechisti e degli operatori pastorali, di qui l’importanza di percorsi formativi adeguati. Accompagnare significa saper entrare in relazione per favorire processi di crescita cristiana. È un’arte che richiede capacità complesse oltre a una dose creativa personale
In un contesto sociale di frammentazione e anonimato relazionale, solitudine, paure e incertezze e, allo stesso tempo, bisogno di apparire, annunciare il Vangelo è un atto complesso che richiede di incontrare le persone in quello che vivono. La Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario. Così gli operatori pastorali possono rendere presente la fragranza della presenza di Gesù. Come papa Francesco ci indicava, «la Chiesa dovrà iniziare i suoi membri all’arte dell’accompagnamento per dare al cammino dell’annuncio il ritmo della prossimità con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione che liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana» (EG n. 169). Oggi le persone accolgono la proposta del Vangelo se chi la comunica la vive, se si sentono ascoltati e accolti nelle loro realtà. Da qui emerge l’urgenza di accompagnare le persone e non di fare proposte a “spot”: accompagnare significa saper entrare in relazione per favorire processi di crescita cristiana. Tale arte richiede capacità complesse oltre a una dose creativa personale dell’accompagnatore. Per questo la formazione è un’attività articolata e interdisciplinare. La capacità evangelizzatrice delle nostre comunità dipende dal servizio dei catechisti e degli operatori pastorali, di qui l’importanza, l’urgenza e, al tempo stesso, la delicatezza di percorsi formativi adeguati. Nel documento della Cei Incontriamo Gesù al n. 80 viene indicato il processo di formazione dei catechisti come «dinamismo in quanto processo trasformante, individuando gli scopi da raggiungere e, allo stesso tempo, valutando quanto il processo formativo genera, per ricalibrarlo e adattarlo continuamente». Sempre nel documento si nota come, a livello catechistico, appaiano rilevanti soprattutto i processi che – accanto e mai in opposizione alla comunicazione dei contenuti della fede – hanno portato a considerare la catechesi e l’annuncio in primo luogo come un atto relazionale, educativo e comunicativo. Si può sostenere con tre parole il cuore di questa dinamica: formarsi-formare-annunciare. Si tratta di un processo circolare di una formazione integrale che attinga ai vari saperi, compresi quelli psico-pedagogici. Chi è impegnato nell’annuncio sa che sono necessari strumenti interpersonali appropriati per accompagnare. Servono competenze relazionali qualificate: ascolto attento ed empatico, saper comunicare efficacemente senza creare barriere, sapere cogliere i processi relazionali in atto e favorire quelli funzionali all’annuncio. Per rispondere a tali bisogni formativi sono attive nel territorio alcune proposte tra le quali: il corso biennale “Formazione alla relazione umana in ambito pastorale” che ha avuto due edizioni a Padova e ora è attivo a Bologna e la “Scuola nazionale per formatori all’evangelizzazione e alla catechesi” Siusi-Asolo, che da decenni forma operatori pastorali di tutta Italia, entrambe ispirate a quel passo sincrono cantato da De Gregori: «E vado per la vita a passo d’uomo altra misura non conosco altra parola non sono».