Fatti
“Fino a quando il Sud Sudan resterà ostaggio delle divisioni e dei conflitti, impedendo alla popolazione di beneficiare delle sue risorse? Non è un Paese povero ma impoverito: ricco di risorse, ma con persone che vivono nella miseria e nell’insicurezza”. Una domanda cruciale che sta a cuore a monsignor Christian Carlassare, vescovo di Bentiu e missionario comboniano. Conosce da oltre vent’anni e ama profondamente il Sud Sudan. Di origini vicentine, 49 anni, monsignor Carlassare ha svolto la sua missione in diverse diocesi (Malakal, Rumbek), vissuto l’indipendenza nel 2011, gli entusiasmi per la pace ritrovata ma anche la violenza sulla propria pelle: nel 2021 è stato vittima di un ferimento alle gambe, per fortuna è tornato in piena forma. Oggi guarda con preoccupazione al riemergere di nuove tensioni, uccisioni e massacri, con decine di migliaia di sfollati, malnutrizione e fame. Le notizie più recenti parlano di una catastrofe umanitaria in corso a Nyatim, nella contea di Nyirol, nello Stato di Jonglei, con oltre 30.000 persone fuggite dalle violenze a Lankien e Pieri. Secondo Medici senza frontiere nelle ultime quattro settimane sono morte almeno 58 persone (stime al ribasso), mentre le autorità impediscono l’accesso alle organizzazioni umanitarie. La diocesi di Bentiu è stata istituita da Papa Francesco solamente un anno e mezzo fa. Monsignor Carlassare vive il suo ministero episcopale in modo inedito, a causa delle contingenze locali. “Non abbiamo gli stessi problemi dei vescovi in altre parti del mondo – racconta al telefono da Bentiu -. Qui ogni giorno bisogna fare di tutto: dallo spazzino al cuoco, al lavandaio, fino a spalare il fango. Bisogna arrangiarsi”. In diocesi ci sono anche dieci frati diocesani, una comunità di comboniani e una di cappuccini.

L’azione militare del governo, troppe vittime civili. Dallo scorso aprile, dopo i bombardamenti a Nasir e a Dacobo, il governo sudsudanese, guidato dal presidente Salva Kiir, che lo scorso anno ha fatto arrestare il vicepresidente antagonista Riek Machar, ha messo in campo in diversi territori un’azione militare per debellare i gruppi di opposizione: “Ma si finisce per colpire anche i civili. Le armi sono ovunque, in mano a molti: ogni uomo è potenzialmente un combattente. Con questa logica si finisce per colpire tutti”. Il vescovo riferisce un episodio raccapricciante. Quando è stato chiesto ad un ministro perché venissero colpiti anche i civili ha risposto: “Cosa sta facendo Israele in Palestina? Il problema, secondo lui, è che i civili stanno con i ‘terroristi’, con chi si oppone al governo; quindi, sarebbe colpa loro se vengono colpiti”. Nell’accordo di pace era previsto un esercito unificato, reintegrando tutte le milizie, “ma così non è mai stato – conferma monsignor Carlassare -. C’è stata una reintegrazione dal 2019 al 2021; però, con l’arresto di Riek Machar e di alcuni esponenti dell’opposizione, l’esercito si è di nuovo frammentato: quei gruppi sono usciti per ricompattarsi nelle forze di opposizione e c’è molta confusione tra le milizie”.
Chiusi al dialogo. Elezioni a rischio violenza? Monsignor Carlassare constata un atteggiamento di chiusura al dialogo, anche in seguito al fallimento dei Tumaini Talks, i negoziati tra governo e gruppi che non hanno firmato gli accordi di pace del 2018 mediati dal Kenya. “Si è smesso di considerare l’altro come un interlocutore, anche quando si trova al governo con idee diverse. Si preferisce escluderlo, per arrivare al voto senza reali alternative”, osserva. Le elezioni, costantemente rimandate, sono state fissate a dicembre 2026. Il vescovo è scettico: “Non ci sono le condizioni per organizzarle: mancano partiti strutturati, circoscrizioni, censimenti. Senza condizioni minime, il rischio è che le elezioni aumentino la violenza”.
“La cosa triste è che a perdere è la popolazione”. Nelle parole di monsignor Carlassare si condensa il dramma di un Paese in cui “tutti cercano di mantenere le proprie posizioni”, mentre sicurezza, servizi e prospettive di sviluppo restano un miraggio. “La gente chiede solo un minimo di sicurezza”, ma gli aiuti diminuiscono e le organizzazioni umanitarie vengono guardate con sospetto, “perché considerate poco allineate”. Durante le operazioni a Jonglei, ad esempio, “è stato chiesto a tutte le agenzie di evacuare la zona nei momenti degli attacchi, ufficialmente per motivi di sicurezza, ma anche per evitare testimoni”. Il risultato è un’emergenza che si aggrava: “il numero reale degli sfollati è molto più alto”. Chi fugge “non trova servizi e deve essere comunque assistito”, mentre lungo il Nilo si sommano anche i rifugiati sudanesi.
“È una sorta di effetto domino: le crisi si sovrappongono e colpiscono tutto il Paese”.
In questo contesto, la violenza si diffonde a livello locale. “Bisogna chiedersi chi arma questi giovani e perché”, afferma il vescovo, ricordando il massacro di Biennom nel maggio 2023: Nuer contro Dinka, 170 morti in un solo giorno. Alla radice ci sono anche le risorse: “Il petrolio, l’oro, le terre asciutte per il pascolo”, che alimentano tensioni e divisioni. Il problema è anche identitario: “il Paese è uno solo, ma sembra diviso in decine di gruppi etnici. Non si è costruita un’identità nazionale, anzi, le divisioni si sono accentuate”.

Il gesto di Papa Francesco che l’11 aprile 2019 baciò i piedi di Kiir e Machar segnò profondamente gli anni successivi, fino alla sua visita nel 2023. “Ma non c’è mai stato un vero perdono tra i leader. Senza perdono non c’è fiducia, e prevale il sospetto – osserva monsignor Carlassare -. È difficile immaginare che tornino a collaborare”.
La Chiesa, “una voce che grida nel deserto”. Intanto l’episcopato – che comprende i vescovi del Sudan e del Sud Sudan – continua a chiedere “un dialogo nazionale inclusivo”, ma spesso è “una voce che grida nel deserto”: “Veniamo ascoltati, ma senza conseguenze pratiche. Servirebbero passi concreti verso la pacificazione”. Eppure, una speranza resta: nelle comunità e nelle scuole, dove i giovani di diversi gruppi etnici possono ancora imparare a “vivere insieme” e immaginare un Paese diverso.
Dal 13 al 23 aprile Papa Leone XIV sarà in Africa per il viaggio apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Anche se sono regioni distanti, il vescovo di Bentiu sottolinea l’importanza di “continuare a richiamare l’attenzione sul Sudan e sul Sud Sudan, come già fatto da Papa Francesco. Sarebbe importante collegare queste crisi e mantenerle al centro dell’attenzione internazionale”.