Chiesa
Il suo nome deriva presumibilmente dal latino “montanasticus”, ossia “villaggio di montagna”. E Tanas è di nome e di fatto un paesino di montagna, abbarbicato sulle pendici del monte Sole, in Val Venosta, a una decina di chilometri da Lasa e dalla sua celebre cava di marmo bianco.
Baciato dal sole, Tanas sorge su una terrazza naturale a circa 1.450 metri di altitudine ed è, da sempre, un paesino tranquillo. Fino alla fine degli anni Sessanta lo si poteva raggiungere solo percorrendo sentieri di montagna. La strada che collega il piccolo centro abitato con Lasa e Sluderno è stata completata solo nel 1973. E questa è considerata oggi una delle strade panoramiche più belle della Val Venosta.
Sebbene oggi si possa usufruire della strada, il modo migliore per esplorare i dintorni è ancora farlo a piedi. Ci sono percorsi semplici e altri più impegnativi. In ogni caso, dal momento che Tanas si trova sopra il fondovalle, il panorama sui meleti e i frutteti in fiore in primavera è particolarmente suggestivo.
Per chi desidera immergersi nella contemplazione della natura, c’è anche un sentiero di meditazione, in quattro tappe, che conduce sopra l’abitato di Tanas, alla chiesa di San Pietro. Ed è proprio qui che ci porta un carosello Ig del Vkm (Verband der Kirchenmusik), l’associazione di musica sacra che riunisce i cori parrocchiali di lingua tedesca dell’Alto Adige.
Torniamo un po’ indietro nel tempo, ad un periodo a noi relativamente vicino che però per molti sembra appartenere ad un secolo fa. Se non di più.
Correva l’anno 2020. “Andrà tutto bene” era il refrain che, insieme al suono delle sirene delle autoambulanze, faceva da sottofondo alle nostre giornate. “Io resto a casa” era il titolo del decreto (il primo di molti altri) che prevedeva la sospensione di tutte le comuni attività commerciali al dettaglio, dei servizi di ristorazione, delle attività scolastiche in presenza e che vietava gli assembramenti di persone nei luoghi pubblici o aperti al pubblico.
Un virus fino ad allora sconosciuto, tanto minuscolo quanto potente, stava dilagando a macchia d’olio, mietendo vittime soprattutto tra le persone più fragili e l’unico modo per arginarne la diffusione era quello di far restare tutti a casa.
Iniziavano così i giorni del lock down. Nelle città, sui balconi dei palazzi, comparivano i primi arcobaleni colorati, nella tacita speranza che quel “diluvio universale” dei tempi moderni cessasse quanto prima e lasciasse intravvedere all’orizzonte il tanto atteso segnale del cessato allarme.
Nel giro di poche ore, in tutta Italia tutti i luoghi pubblici che vivevano della presenza delle persone si svuotano. E si svuotano anche le chiese. Anche la chiesetta di San Pietro a Tanas. Già dal 19.mo secolo non era più chiesa parrocchiale. Tra il 1895 e il 1897, infatti, era stata costruita nel centro del paese (e quindi più facile da raggiungere) una nuova chiesa, dedicata al Sarco Cuore di Gesù. Ma la chiesa di San Pietro, per la sua posizione e per il legame con la gente del posto, continuava ad ospitare la celebrazione di s. messe, di matrimoni e, non di rado, veniva scelta per ospitare concerti di musica sacra. Ma ora che tutti dovevano restare a casa, quella che era da sempre la casa di tutti, si era svuotata. Fino a quando qualcuno, rimasto “senza casa”, l’ha eletta a sua dimora. Stava cercando un luogo discreto e sicuro dove fermarsi e lo aveva trovato. È entrato facendo il minimo rumore possibile. In punta di zampa. Sì, perché stiamo parlando di topolini di campagna, o visto dove ci troviamo, di montagna.
Possiamo immaginare che a scoprire sulle pendici della montagna quella deliziosa chiesetta baciata dal sole, che non veniva più frequentata dalle persone costrette a rimanere tappate in casa, sia stata una piccola “famigliola” di topolini. Al resto ci ha pensato il passaparola. Perché quella non era solo una “casa” sicura, dove vivere indisturbati, ma era anche un luogo dove non si sarebbe mai morti di fame.
Si sa, la casa del Signore è sempre un luogo provvidenzialmente ricco. E così, dopo aver dedicato tempo alla contemplazione della pala dell’altare maggiore, opera di Florin Greiner (1769) che raffigura i santi Pietro e Paolo intenti a salutarsi con un abbraccio (una cosa, l’abbraccio, assolutamente vietata in quelle settimane segnate dal distanziamento sociale) e la pala dell’altare laterale, dipinta attorno al 1650, raffigurante i santi Sebastiano e Rocco, patroni contro la peste (divenuti, loro malgrado, di grande attualità), ai piccoli ospiti a quattro zampe ha iniziato a brontolare lo stomaco. A conferma del detto popolare “dopo la mistica, la mastica”. E in quella chiesetta i nuovi ospiti hanno trovato un “Schlaraffenland” – come si dice da quelle parti – ossia il “Paese di Bengodi” di boccaccesca memoria. A questo punto sarà facile immaginare che i simpatici topolini si siano lautamente saziati con quanto c’era in sagrestia. Ma non è andata proprio così.
Loro hanno preferito fare dei pasti comunitari, tutti insieme, banchettando allegramente… all’interno dell’organo. Un piccolo organo, di grande valore, che sulla parete laterale porta l’iscrizione “Andreas Mauracher Orgelbauer aus Zillerthal, gemacht im Jahr 1812” (Andreas Mauracher, costruttore di organi della Zillerthal, costruito nel 1812), restaurato e rimesso completamente a nuovo alla fine degli anni grazie a contributi pubblici e privati, “a lode di Dio e per la gioia degli uomini”.
È facile immaginare che ai piccoli ospiti poco sia importato della qualità dell’intonazione e del suono, ma che abbiano apprezzato parecchio il legno relativamente giovane dei tasti e degli elementi di congiunzione interna tra tastiere e canne. Dopo aver rosicchiato per bene quelli della pedaliera, hanno puntato più in alto. Lo hanno fatto infilandosi attraverso delle piccole fessure presenti nella cassa intagliata che copre lo strumento.
Dopo uno dei loro consueti banchetti, un piedino di una griglia che tiene in piedi una fila di canne, è arrivato ad assomigliare al torsolo di una mela. In certi casi, il pranzetto si è rivelato alquanto avventuroso, perché consumato rimanendo aggrappati in verticale ai tasti di legno.
C’è stato poi anche chi ha preferito variare e ha iniziato a rosicchiare anche le canne in metallo. Un po’ difficili da sbriciolare, ma si sa, la fame è fame. E c’è stato anche chi ha preso di mira i mantici dell’organo, ossia quella parte essenziale per accumulare e regolare il flusso d’aria necessario alle canne per suonare. Anche in questo caso, le parti in legno sono state particolarmente apprezzate.
Complice la perdurata assenza di persone in chiesa, in assoluta tranquillità i topolini hanno rosicchiato indisturbati l’organo per intere settimane. Fino a quando sono state allentate le misure di restrizione imposte dal lock down ed è stato possibile rientrare nella chiesetta. A porre fine allo “Schlaraffenland” sono stati i sagrestani della parrocchia, che hanno catturato oltre ottanta topolini.
Parecchio salato il conto dei lauti banchetti in questo moderno “paese della cuccagna”, così come si può leggere dalla relazione di Oswald Kaufmann, costruttore di organi di Nova Ponente, chiamato dalla parrocchia ancora a fine ottobre 2020 per un sopralluogo e per fare la conta dei danni. Non si è salvato nemmeno un tasto: 17 quelli poco danneggiati, 15 quelli danneggiati in maniera seria e 14 quelli messi letteralmente fuori uso.
Restaurare un organo è un’operazione assai complessa e assai costosa. Lo sa bene la parrocchia di Tanas, che quell’organo lo ha restaurato appena 25 anni fa. Ci è voluto tempo per trovare fondi e finanziamenti. Ora l’intervento inizia ad entrare nel vivo. La parrocchia ha interpellato la commissione diocesana organi – che rientra nelle attività coordinate dal “Verband der Kirchenmusik” – per fare un sopralluogo e concordare insieme i prossimi passi da fare.
E così, primi di essere scritta nei libri di cronaca locale, i topolini nello “Schlaraffenland” insieme alle foto dei resti dei loro lauti banchetti, sono arrivati, in punta di zampette, su Ig dove il Vkm annuncia il sopralluogo, in programma la prossima settimana, facendo un gioco di parole con il termine “beraten” (consigliare) che, con una “t” in più richiama ai protagonisti di questa storia.
“Beim Localaugenschein wird über die nächsten Schritte berat(t)en…”.