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Le tensioni in Kosovo a causa delle targhe automobilistiche
Le contestazioni sono per l’obbligo nel Paese autoproclamato di usare targhe kosovare al posto di quelle serbe. I rapporti sono instabili da tempo
FattiLe contestazioni sono per l’obbligo nel Paese autoproclamato di usare targhe kosovare al posto di quelle serbe. I rapporti sono instabili da tempo
Le tensioni tra Serbia e Kosovo sono tornate alla ribalta quest’anno e richiamano l’attenzione su un angolo di Europa storicamente tormentato. L’ultima escalation è avvenuta tra il 10 e l’11 dicembre, quando la minoranza serba nelle città settentrionali del Kosovo ha eretto barricate nelle strade, protestando contro l’arresto di un ex-agente di etnia serba accusato di essere coinvolto in scontri a fuoco avvenuti tra gruppi non identificati e poliziotti kosovari. Nei giorni precedenti anche la polizia europea, attiva in Kosovo nella missione Eulex, ha dichiarato di essere stata attaccata con una granata stordente, senza riportare feriti. Prima di questo mese il clima era già ardente: a riaccendere la miccia dell’ostilità, mai del tutto sopita dalla guerra del 1998-1999, era stata la disputa sulle targhe delle automobili. Il Governo kosovaro aveva, infatti, stabilito l’obbligo di sostituire le targhe serbe con quelle kosovare entro il 1° agosto. In seguito alle proteste da parte della minoranza serba l’attuazione del provvedimento è stata più volte posticipata. Le tensioni hanno subito un costante aumento fino alla mediazione dell’Unione Europea attraverso un accordo tra Belgrado e Pristina firmato il 24 novembre. Le autorità kosovare avrebbero sospeso l’obbligo di registrarsi nelle motorizzazioni kosovare e del pagamento di multe in caso di rifiuto ai proprietari delle novemila automobili circolanti con targhe serbe in Kosovo. In cambio Belgrado avrebbe smesso di emettere targhe serbe per le macchine dei residenti nelle città kosovare del nord. La questione delle targhe, apparentemente burocratica, ha un valore simbolico e politico molto elevato per i residenti di etnia serba in Kosovo, che nella maggior parte dei casi non riconoscono l’autorità di Pristina. Secondo Belgrado, inoltre, i serbi vengono discriminati dalle autorità kosovare e le decisioni recenti del premier Albin Kurti ne sarebbero la prova.
Alessandra Moretti, europarlamentare a capo della delegazione per i Rapporti con la Serbia, rispetto alle tensioni con il Kosovo sottolinea che il problema è di fondo: «La situazione è pericolosissima. Lì c’è stata la guerra fino al 1999, è un territorio massacrato. Molti serbi non riconoscono neanche quello che hanno fatto in Croazia, non riconoscono Srebenica… C’è tanto da fare sulla memoria storica e sul riconoscersi. Io credo che due popoli debbano riconoscersi e riconoscere anche gli errori che hanno fatto». Le preoccupazioni della leadership Ue riguardo a un ritorno alle armi su larga scala in quest’area sono molto alte in un’Europa già piegata da un’altra guerra, quella in Ucraina. Dal punto di vista di Bruxelles, inoltre, motivo d’allarme sono anche i rapporti tra Serbia e Mosca. Alessandra Moretti commenta: «Noi dobbiamo dire che abbiamo bisogno di loro, che l’Europa non è qui per dare lezioni a un popolo fiero come quello serbo. C’è però un punto che ci divide: non riconoscono le sanzioni alla Russia, ciò significa mettersi contro la politica europea a sostegno dell’Ucraina. Quindi dobbiamo dire al popolo serbo che c’è bisogno di loro, perché se non stanno con noi, sappiamo con chi vanno».

In Perù continuano le proteste con cui migliaia di manifestanti hanno chiesto la liberazione dell’ex presidente Pedro Castillo, “contadino” e marxista rimosso dal suo incarico per aver cercato di sciogliere il parlamento peruviano appena prima del voto sul suo impeachment per accuse di corruzione. Le vittime degli scontri sono 25 con oltre 700 feriti.
Il Kosovo è uno Stato di 1,8 milione di abitanti autoproclamatosi indipendente nel 2008, non riconosciuto da Serbia, Russia, Cina e da cinque dei 27 Paesi Ue.
Francesca Campanini