Chiesa
Abbiamo incontrato mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, a margine del VII convegno della Facoltà Teologica Pugliese, svoltosi a Bari. L’incontro, dal titolo Da Francesco a papa Francesco. Carisma, teologia e magistero, ha offerto una riflessione profonda su come la ‘traduzione’ del Vangelo operata dal Poverello continui a plasmare il pensiero teologico contemporaneo. “L’intento — ha spiegato il presule — è comprendere come questa spiritualità possa diventare una forza capace di incidere nella costruzione del sapere”. mL’iniziativa si inserisce in un momento simbolico unico: l’VIII centenario della morte del Santo e il primo anniversario della scomparsa di Papa Francesco. Un’occasione per indagare sulla circolarità tra carisma e magistero, tracciando nuove rotte per il “fare teologia” oggi.
Il messaggio di San Francesco appare oggi quanto mai urgente. Dove risiede la sua vera attualità?
Francesco è modernissimo proprio perché è provocatorio. Viviamo in un’epoca in cui la forza del diritto è stata soppiantata dal ‘diritto della forza’, dall’esibizione dei muscoli e della potenza. In questo scenario, Francesco parla di piccolezza. Definendosi pauperculus, sferra un vero cazzotto allo stomaco al nostro modo di pensare. Per il mondo potrebbe sembrare uno sconfitto, ma è quel segno di contraddizione di cui abbiamo estremo bisogno.
In che modo il suo modello sociale poteva dirsi “sovversivo”?
Proponeva un’alternativa radicale. La società medievale era rigidamente divisa in classi: se nascevi servo, morivi servo. I seguaci di Francesco, invece, abbattono queste mura in nome della fraternità assoluta. Vedere un contadino come Giovanni il Semplice camminare fianco a fianco con un uomo agiato come Bernardo di Quintavalle era un atto rivoluzionario. E lo sarebbe, purtroppo, ancora oggi.
Nella Diocesi di Assisi, accanto al Poverello, brilla oggi la figura di Carlo Acutis. Come convivono queste due devozioni?
Sono due storie diverse, ma figlie della stessa Grazia. Carlo è un adolescente del nostro tempo, immerso in una realtà tecnologica che Francesco non avrebbe potuto nemmeno immaginare. Eppure, entrambi sono ponti: testimoni capaci di mediare e tradurre la ‘buona notizia’ del Vangelo per i propri contemporanei.
A un anno dalla sua scomparsa, che ricordo porta con sé di Papa Francesco?
Negli incontri avuti con lui, ciò che mi ha sempre colpito era la sua semplicità estrema, la sua spontaneità. Era un uomo comune. La sua vera forza risiedeva proprio in questa sua umanità autentica e immediata.
Lei è da poco alla guida della Diocesi di Assisi: quali sono i programmi per il prossimo futuro?
Ho fatto una scelta precisa: non avere programmi preconfezionati a tavolino. Credo che i progetti debbano nascere dal cammino condiviso, dall’ascolto e dalla conoscenza concreta del territorio.