Fatti
L’incognita aleggia su Gaza
Dopo la stagione della lotta all’internazionale jihadista, il pendolo si blocca sullo “scontro delle civiltà” prefigurato dal politologo Samuel Huntington
FattiDopo la stagione della lotta all’internazionale jihadista, il pendolo si blocca sullo “scontro delle civiltà” prefigurato dal politologo Samuel Huntington
Negli anni cavallo del millennio il dibattito sul futuro mondiale si era polarizzato attorno a due tesi: la “fine della storia” prevista da Fukuyama e lo “scontro delle civiltà” prefigurato da Huntington. Per la prima, estinto l’agone tra gli unici due modelli universalizzabili, quello sopravvivente (liberal-demo-capitalista) avrebbe ipotecato il domani globale; per la seconda, tolto il freno bipolare, sarebbero riesplose le contese tra blocchi geoculturali, radicalizzate dalle incompatibilità svelate dai contatti globalizzati e infuocate lungo le linee di faglia. Dopo la stagione della lotta all’internazionale jihadista, il pendolo tra le due previsioni torna a bloccarsi sulla seconda. Non solo per la falsa partenza dell’escatologia unipolare. Oggi si blocca per il clima che si propaga da Gaza, dove l’esercito israeliano, pur con la cautela di evitare la parola “invasione”, ha avviato le operazioni di terra. Sui media e non solo si invoca la guerra santa coranica, si vota allo sterminio con metafore bibliche, si recuperano profezie messianiche: “luce contro tenebre”, “con noi o contro di noi”, e a chi parla di pace si chiede di fare pubblica ammenda. Ma la divisione è pianta dalle radici ingovernabili. Sicché mentre in Daghestan si apre la caccia all’ebreo e Tripoli allontana le diplomazie occidentali minacciando di chiudere gas e petrolio, le spaccature affliggono anche le istituzioni israeliane. Il premier accusa gli apparati di sicurezza, si dimettono ministri. Probabilmente nessun capo di governo verrà incriminato dalla Corte penale internazionale, poco o nulla potrà l’Onu delegittimata. Ma Washington sa di essere sotto lo scacco del chain-ganging (l’immagine è quella di prigionieri legati gli uni con gli altri con una catena, ndr), che impedisce di districarsi dalle catene di un alleato che trascina nel precipizio. Per questo il Pentagono aveva proposto di sfogare la furia contro Hezbollah, alleggerendo la pressione su Gaza, derubricata a rappresaglia dimostrativa. Per questo Joe Biden frena, al punto di ammettere gli errori dopo l’11 settembre pur di convincere Tel Aviv a moderarsi. Nel sottotesto c’è l’invito a sottrarsi alla trappola studiata da Hamas per riportare la questione palestinese sotto i riflettori e spingere Israele al passo falso di una guerra allargata: troppo insidiosa per gli Usa, su cui pesano l’impegno anticinese e gli errori di calcolo in Ucraina. Ma c’è anche l’intento di preservare Washington da un ulteriore vulnus alla credibilità di chi si candida a guida responsabile della sicurezza globale e dei diritti di tutti i popoli. Ma sotto scacco sono anche i governi islamici non ostili a Washington. Giacché Benjamin Netanyahu non vuole accomiatarsi dalla politica con un gesto arrendevole, fanno i conti con il rischio che l’Iran si accrediti nel mondo arabo come protagonista regionale. Lo sanno il Qatar, che preme per mediare sugli ostaggi; l’Arabia Saudita, che abbatte i razzi sciiti lanciati dallo Yemen; la Giordania, che cerca di ammansire la radicalizzazione di una società per metà di origine palestinese. Mentre la Turchia (che, come l’Iran, araba non è), per non lasciare campo libero a Teheran, dimentica i legami con Israele e ostenta panislamismo giustificando Hamas e denunciando le responsabilità dell’Occidente. Resta l’incognita Hezbollah. Nel disorientamento del buon senso, lo “scontro delle civiltà” pare l’unica certezza. Ma già Huntington avvertiva che esso non è un destino ineluttabile: per evitarlo servono prove di coerenza e lungimiranza, all’incrocio tra strategia e morale che interrompe le reazioni a catena dove tutti si scoprono perdenti.
Da venerdì 27 ottobre l’esercito israeliano ha iniziato un’estesa incursione di terra. Le informazioni su cosa stia succedendo sono scarse: tra venerdì e domenica linee telefoniche e internet nella Striscia sono state messe fuori uso
Giuseppe Casale