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Elisa Molinarolo, astista. I cinque cerchi e poi «Elisa, finalmente ce l’hai fatta»
Elisa Molinarolo astista classe 1994, veronese di nascita ma padovana d’adozione, è alla sua seconda Olimpiade
FattiElisa Molinarolo astista classe 1994, veronese di nascita ma padovana d’adozione, è alla sua seconda Olimpiade
Nata a Soave e classe 1994, l’astista Elisa Molinarolo è alla sua seconda Olimpiade consecutiva, avendo già partecipato a Tokyo 2020. Con un record personale di 4 metri e 68 centimetri, Molinarolo occupa, attualmente, la sedicesima posizione del ranking mondiale. Quali sensazioni sta vivendo? «C’è una differenza molto grande rispetto alla precedente esperienza: all’epoca ero un’atleta-lavoratrice e fino a quel momento non avevo mai partecipato nemmeno a un Mondiale. Fra l’altro in quell’occasione mi sono qualificata con il brivido, da 32a (all’Olimpiade possono accedere le prime 32 del ranking mondiale, ndr), non sapendo fino all’ultimo se sarei potuta andare in Giappone. Questa di Parigi, invece, è stata una vigilia completamente diversa, soprattutto per la consapevolezza che ho da allora acquisito. Da due anni e mezzo sono un’atleta della Polizia di Stato nelle Fiamme Oro di Padova, sono diventata una professionista a tutti gli effetti. A livello mentale sono più libera e rilassata e ho migliorato di gran lunga il mio ranking. Questo mi ha permesso di qualificarmi senza patemi e con largo anticipo. Certo, poi non bisogna mai dare nulla per scontato e vedere il mio nome nell’elenco delle atlete che parteciperanno a Parigi 2024 è stata comunque una bella emozione». Che tipo di gara è l’Olimpiade e in cosa si differenzia dalle altre? «Arrivare alle Olimpiadi è il sogno che mi ha tenuta sveglia da quando sono bambina. Anzi, devo dire che ho sognato tante volte di essere convocata alle Olimpiadi e ricordo sempre che quando mi svegliavo la mattina e capivo che era stato, appunto, solo un sogno, stavo malissimo. Le Olimpiadi sono le Olimpiadi, l’obiettivo di qualsiasi atleta. Non è che i Mondiali valgano meno, ma nella competizione a cinque cerchi c’è qualcosa di magico. E poi c’è il villaggio olimpico, dove gli atleti della tua e delle altre delegazioni vivono tutti insieme per due settimane. Ricordo che a Tokyo, a causa del Covid, lo stadio dove abbiamo svolto la gara era completamente vuoto. Però ho ben impressa nella memoria l’immagine di me in pedana: poco prima di partire per la corsa e il salto ho alzato lo sguardo e ho guardato i cinque cerchi allestiti sugli spalti. Lì ho detto: “ecco Elisa, finalmente ce l’hai fatta. Hai realizzato il tuo sogno”».