Stavo scrivendo di inseminazioni artificiali, di crioconservazione degli ovociti e del seme e tanto altro di affine e poi mi sono detta che questa carrellata di cinematografia dedicata alla narrazione della fertilità contemporanea poteva serenamente attendere una prossima puntata della rubrica, perché ora c’è un film girato a Jesolo che fa fatica a farsi notare nel caos roboante generato dai motori hollywoodiani di Michael e Il diavolo veste Prada 2. E che magari, grazie a questa segnalazione, qualcuno di voi avrebbe fatto a tempo a sedersi al cinema davanti a una delle perle del turismo veneto litoraneo. La colpa di questo amor di patria è tutta del maestro della pianura padana, classe 1938 (fate voi i conti della prestanza), che con la sua settantaduesima opera si è spinto fino al Lido di Jesolo con un titolo struggente ed esasperatamente anticonvenzionale come Nel tepore del ballo.
Sommo poeta bolognese di nostalgie e “restanza” matrimoniale, nonché cantore gotico di cadute e risalite, Pupi Avati riavvolge il nastro del passato ben al di sopra del Po. Al centro dell’opera come una danza che si rivela macabra vi è la parabola decadente del conduttore televisivo Gianni Riccio, figlio di una ragazza morta di parto e di un bagnino jesolano con catena al collo e lista della spesa con indicate le signore ricche da andare a sposare in Germania. In un flusso narrativo circolare Jesolo apre l’opera come incubatrice di sogni e al contempo la chiude come un magistrale ospizio affettivo, capace di sentimenti autentici di coppia e di maternità. Simbolo di un ritorno a un bene mai perduto per sempre, in termini di sceneggiatura, Jesolo diventa una geografia dell’anima per sorvolare ancora una volta il tema avatiano dell’attitudine degli sposi di tornare ad amarsi, indagata come un tarlo mistico anche nel suo libro Rinnamorarsi (ed. Solferino).
Come una bibbia necessaria a ogni epoca esistenziale campeggia un mangiacassette dove è depositata la voce della madre mancata che rinsalda la forza di un’unione, la fiducia in un futuro che sarà attraversabile: «Ce la faremo io e te», come genitori e figli; «Ce la faremo io e te», come sposi. Questo fronte femminile si percepisce, da sempre nella filmografia del maestro, come un ospedale da campo per uomini che il regista continua a raccontare come estremamente piccoli, in balia di successi che si dimostrano effimeri e privi di valore, ma anche capaci di ammettere la frode, di fare un ultimo gesto di verità e che non sia mai troppo tardi per farlo.
Nelle sue radiografie agghiaccianti Avati incastra anche la televisione italiana e i suoi programmi strappalacrime, fatti di applausi comandati e risate messe in scena, con carrambate inventate a tavolino e pagate care nei cachet degli ospiti più spesso in odor di naftalina e quindi pronti a tutto per non cadere nell’oblio social e nella trascuratezza del piccolo schermo. E come sempre ecco che Avati tira fuori dal cappello l’attrice che consegna un’interpretazione fuori dai soliti nomi, ma soprattutto fuori dalla solita insignificanza scenica. Nei panni della conduttrice senza pudore e senza nome, alias “la morta”, al tempo “la strafiga”, Giuliana De Sio trasforma la seconda parte del film in un’esperienza televisiva più immersiva della tv stessa che nella contraddizione tra il marcio autentico del dietro le quinte e il falso estetico delle telecamere trova il punto del dolore. Che dire? Correte, prima che vi scappi!