Chiesa
Anch’io, accalcato come tutti in una gremita Basilica di Sant’Ambrogio a Milano nel giorno dell’Ascensione del Signore, ho partecipato alla solenne conclusione della chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione di don Luigi Giussani. Ero lì perché quell’un uomo ha segnato profondamente, meglio: ha travolto la mia vita e quella dei tanti venuti a partecipare a quel gesto. E di altre migliaia sparsi in tutto il mondo che lo sentono padre, anche senza averlo conosciuto di persona. Come quella giovane ragazza che mi sono trovata accanto. Era bambina quando don Giussani morì, lo aveva conosciuto nell’incontro con alcuni amici in università.
Lo stesso era accaduto anche a me, sessant’anni fa, all’inizio della prima superiore. Invitato a partecipare a un incontro in oratorio ero rimasto affascinato da una proposta cristiana capace di interpellare e mobilitare la mia vita. Era l’esperienza di Gioventù studentesca iniziata da don Giussani una decina d’anni prima con i suoi studenti del Liceo Berchet a Milano e che si era presto diffusa in altre città della Lombardia e dell’Italia.
Avrei poi compreso che quell’incontro integralmente umano così decisivo per me era lo stesso accaduto 2000 anni fa ad Andrea e Giovanni i primi discepoli nell’incontro con Cristo. Poi, di testimone in testimone, di incontro in incontro, secolo dopo secolo, attraverso la mia famiglia e don Giussani quell’incontro ha raggiunto anche me.
Per raccontare cosa è nato da questo incontro potrei dire di esperienze fatte, volti di amici, avvenimenti vissuti, opere intraprese. Ma se dovessi riassumere con una parola, direi che don Giussani ha acceso in me un fuoco. E ci ha aiutato a dare un nome a questo fuoco: “Cristo si è imbattuto nella mia vita, la mia vita si è imbattuta in Cristo proprio perché io imparassi a capire come Egli sia il punto nevralgico di tutto, di tutta la mia vita. È la vita della mia vita, Cristo”. Attraverso Giussani e il suo sguardo, ho sperimentato e non ho ancora smesso di imparare che è possibile guardare con positività la realtà. Ce lo ha insegnato ne Il senso religioso, il suo testo fondamentale: “La formula dell’itinerario al significato ultimo della realtà qual è? Vivere il reale. L’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale, senza rinnegare nulla”. Ho così imparato a sentire amica la realtà, nonostante le fatiche e le sfide attraversate, cogliere in essa una presenza buona che ti accompagna. La fede è riconoscere una Presenza, don Giussani non si è stancato di insegnarci.
Per tutta la vita ci ha detto che il cristianesimo è un avvenimento, un fatto realmente accaduto che ti raggiunge attraverso l’umanità di uomini.
La grande parola che dalle origini accompagnerà tutta la storia del Movimento fino a darle il nome è “comunione”. Don Giussani non si è stancato di ricordarci le parole di Gesù nell’ultima cena: “Ti prego, Padre, che siano una cosa sola, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato”.
Anch’io, seguendo don Giussani, ho fatto l’esperienza di una comunità cristiana che non ho più lasciato: una compagnia concreta, fatta di volti, amici, storie, incontri, che si è educata vivendo insieme la preghiera, l’ascolto e il confronto, lo studio, la carità, la cultura, il tempo libero, le vacanze. Una condivisione che diventando adulti ha avuto bisogno di un luogo per continuare a non disperdersi e a crescere: la Fraternità.
Allo stesso tempo è una compagnia che non vuole ripiegarsi su se stessa. Sono grato a don Giussani nei difficili anni ’70 per averci richiamato a vivere una presenza e non l’utopia di un progetto politico che aveva affascinato anche me. “Noi dobbiamo essere una presenza, perché la comunione con Cristo e tra noi è la liberazione”. Comunione e Liberazione.
Un’unità visibile quella della Chiesa, una presenza incidente nel mondo, come don Giussani ha continuato a ripeterci anche negli anni ‘80: “La nostra passione è per l’affermarsi della Chiesa come corpo sociale, come umanità già inizialmente, anche se timidamente ridestata e in cammino”.
Il primo corpo sociale è la famiglia. Quando nel 1980 io e Antonella ci sposammo, don Giussani ci scrisse e ci augurò: “Il Signore vi doni che ogni giorno vostro ‘rimanga’ in quell’unità tra voi che Egli consacra come segno a noi tutti”.
Sollecitati da Papa Giovanni Paolo II che al Meeting di Rimini nel 1982 ci invitò a “costruire la civiltà della verità e dell’amore”, sono nate tra noi una molteplicità di opere culturali, caritative, educative, di imprese. “Opere il cui valore ultimo è la testimonianza”, come ebbe a ricordarci spesso don Giussani.
Il mio impegno nel giornalismo e nella comunicazione radiotelevisiva è nato ed è stato sorretto in tutti questi anni dal desiderio che, anche attraverso i miei poveri attrezzi di lavoro, qualcosa di quella bellezza di vita che stavo vivendo potesse comunicarsi.
Il 15 ottobre 1982, in occasione del sessantesimo compleanno di don Giussani, su Radio Rete, un network di una trentina di radio di ispirazione cristiana in Lombardia a cui con la mia radio avevo dato vita, gli dedicai l’editoriale. Don Giussani mi scrisse ringraziando per l’intervento con parole che ancora mi commuovono e che conservo nel cuore.
Il segreto del fascino suscitato da don Giussani sta proprio nell’aver riproposto il fatto cristiano nei suoi aspetti essenziali, umanamente incontrabile. Come attestò Papa Giovanni Paolo II: “Il movimento, pertanto, ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada. La strada, quante volte Ella lo ha affermato, è Cristo. Egli è la Via, la Verità e la Vita”.
Eppure, don Giussani ha anche sofferto di incomprensione nella sua amata Chiesa. Come quando gli fu chiesto di lasciare quella realtà di studenti che da lui era nata. E lui obbedì. Ho ripensato a questo e altri momenti della sua storia mentre nella Basilica di S. Ambrogio la Chiesa di Milano con il suo vescovo, mons. Mario Delpini, riconosceva: “In don Giussani un uomo di Dio, un prete che con la sua vita e con le sue parole, ha condotto a incontrare Cristo”; che da lui è nata una storia per “molte persone di tutte le età, di tutti i Paesi” e che “la causa di beatificazione può essere consegnata al supremo discernimento”. Don Giussani ha portato frutto, nella mia vita e in quella di tanti amici, nella Chiesa e nel mondo perché è stato sempre fedele alla Chiesa. Grazie don Giussani.