Fatti
C’è una buona notizia e una cattiva notizia sulla salute del mondo. Quella buona: negli ultimi vent’anni abbiamo compiuto progressi straordinari contro alcune delle malattie più letali del pianeta. Quella cattiva: non basterà. A meno di cinque anni dalla scadenza dell’Agenda 2030 — il grande programma delle Nazioni Unite per uno sviluppo sostenibile — nessuno degli obiettivi sanitari globali è in linea con i traguardi previsti. Lo dice senza giri di parole il nuovo World Health Statistics 2026, il rapporto annuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicato a maggio.
I numeri positivi esistono, e sono tutt’altro che trascurabili. Le nuove infezioni da HIV sono crollate del 40% negli ultimi quindici anni — un risultato che fino a qualche decennio fa sarebbe sembrato impensabile. Il consumo di alcol è diminuito del 13%, quello di tabacco di oltre il 25%. Le malattie tropicali neglette, che per secoli hanno colpito le popolazioni più povere senza che il mondo ricco se ne preoccupasse molto, oggi raggiungono un terzo in meno di persone rispetto al passato. La mortalità infantile sotto i cinque anni si è dimezzata rispetto al 2000. Sono vittorie reali, conquistate grazie a campagne di vaccinazione, accesso ai farmaci, miglioramento delle condizioni igieniche di base.
Eppure il quadro complessivo, come ammette lo stesso rapporto con un aggettivo sobrio ma efficace, è “preoccupante”. La malaria, invece di arretrare, è aumentata dell’8,5% dal 2015. La mortalità materna è sì calata del 40% dal 2000, ma rimane quasi tre volte superiore al target che avremmo dovuto raggiungere entro il 2030. Quasi una donna su tre in età fertile soffre di anemia. Una donna su quattro nel mondo ha subito violenza da un partner nel corso della vita. Dati che fanno riflettere sulla distanza tra le dichiarazioni di intenti e la realtà concreta di milioni di persone.
Capitolo a parte merita la pandemia, il cui peso reale si sta rivelando molto più grave di quanto sembrava. Tra il 2020 e il 2023, il Covid-19 è stato associato a 22 milioni di decessi in eccesso nel mondo — circa tre volte il numero di morti ufficialmente attribuiti al virus. Il picco si è toccato nel 2021, con oltre 10 milioni di morti in eccesso in un solo anno. La pandemia non ha solo ucciso direttamente: ha interrotto campagne vaccinali, sovraccaricato ospedali, prosciugato risorse, allontanando ulteriormente gli obiettivi globali di salute pubblica.
Il rapporto mette in evidenza anche un fronte spesso sottovalutato, quello ambientale. L’inquinamento atmosferico ha causato 6,6 milioni di morti nel 2021. L’accesso insufficiente ad acqua pulita e servizi igienici di base ha contribuito a 1,4 milioni di decessi nel 2019. Numeri che ricordano come la salute non si giochi solo negli ospedali, ma nelle città, nelle case, nell’aria che respiriamo ogni giorno.
A rallentare qualsiasi risposta efficace concorrono due problemi strutturali. Il primo è la scarsità di dati affidabili: in molti Paesi, soprattutto i più poveri, mancano i sistemi di raccolta delle informazioni sanitarie, rendendo impossibile capire davvero cosa sta succedendo e dove intervenire. Il secondo è la crisi dei finanziamenti: le risorse globali per la salute pubblica si stanno riducendo, proprio nel momento in cui i rischi — climatici, epidemiologici, demografici — si moltiplicano.
Il messaggio del rapporto OMS, tuttavia, non è di rassegnazione. Tutt’altro. I progressi degli ultimi decenni dimostrano che quando il mondo si mobilita, i risultati arrivano. Ma sono progressi fragili, minacciati da crisi geopolitiche, tagli ai bilanci sanitari e dalla tendenza a intervenire solo quando l’emergenza è già esplosa. La salute globale ha bisogno di investimenti costanti, di sistemi sanitari di base solidi, e soprattutto di una volontà politica che non si esaurisca dopo la prossima conferenza internazionale. Il 2030 si avvicina. Il tempo per recuperare è poco, ma c’è ancora.