Chiesa
“Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la loro irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro”.
(Leone XIV, messaggio per la 60.ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali)
“È innegabilmente emozionante vedere sul grande schermo il volto delle persone che conosciamo personalmente e a cui siamo affezionati”. Inizia con queste parole il post pubblicato agli inizi di febbraio sulla pagina Fb dell’Istituto Leone XIII di Milano.
A fine gennaio Carlo Acutis, il giovane proclamato santo da Papa Leone XIV il 7 settembre dello scorso anno, è tornato nella sua scuola. Lo ha fatto grazie a “Carlo Acutis e la Chiesa nell’era dei social media”, il docufilm scritto e diretto dal giovane regista Marco Matteucci con le musiche originali di Matteo Passarelli (di cui il Sir aveva parlato proprio in occasione della canonizzazione del “patrono di internet”, in un servizio pubblicato l’8 settembre).
Dopo la prima, il 9 dicembre alla Pontificia università Lateranense di Roma, il docufilm si è messo letteralmente in cammino ed ha iniziato a viaggiare per l’Italia. Una delle tappe è stata la scuola in cui Carlo ha frequentato la quarta ginnasio e dove ha maturato la sua passione per quella “rete”, che nei primi anni Duemila, iniziava ad aprire la strada a quella che oggi è la comunicazione digitale.
“Il film – si legge nel post del Leone XIII – si articola infatti in una serie di interessanti interviste inedite alle persone che hanno conosciuto il “santo di internet”, oltre venti testimonianze che Matteucci ha raccolto in un tour intenso lungo tutta l’Italia. Tra queste spiccano nel cuore di noi leoniani gli interventi del prof. Fabrizio Zaggia e della prof.ssa Maria Capello, intervistati proprio qui al Leone, negli stessi spazi che visse Carlo nel suo anno leoniano: la sua classe e la chiesa d’istituto, in cui Carlo si fermava a pregare. E ad essi uniamo tra i tanti il volto delle suore e delle maestre delle Marcelline, la scuola frequentata da Carlo dalle elementari alle medie, anch’esse presenti nel video e in sala al momento della proiezione”.
Tanti volti che, sul grande schermo così come nella sala Martini, hanno restituito i tratti unici e distintivi, i tratti quotidiani, del primo “santo millennial”. Ed è proprio da quei volti e da quelle voci, che la normalità di tutti i giorni, propria di un adolescente dei primi anni del Duemila, che Carlo Acutis si fa vivo e presente nel film di Matteucci.
“In tutto, e nelle parole e negli occhi degli intervistati, la luce di Carlo. La stessa luce che ci accompagna nel ricordo della sua presenza tra noi. Nel suo essere ancora qui, ora”.
Quella che si è andata tessendo, nei soli quattro mesi di riprese del docufilm (per un documentario di questo tipo le riprese durano solitamente 18 mesi, se non di più), dedicato al “santo di internet” è una rete di contatti tra persone, da Venezia a Milano, da Bologna a Perugia, da Città della Pieve a Assisi e Roma. Non solo. Attraverso i volti e le testimonianze raccolte durante il Giubileo dei Giovani a Tor Vergata, così come in occasione della canonizzazione di Acutis, la rete di volti ha superato i confini nazionali, abbracciando il mondo intero. Una sorta di ponte di collegamento “al contrario”, dove dalla comunicazione virtuale avviata da Carlo, si torna al reale.
Una rete che continua a ingrandirsi e a intrecciare nuovi collegamenti e nuovi volti.
Lo scorso fine settimana, su iniziativa dell’Ufficio scuola e catechesi della diocesi di Bolzano-Bressanone e dell’istituto salesiano Rainerum, “Carlo Acutis e la Chiesa nell’era dei social” ha fatto tappa a Bolzano per una due giorni in cui cinema, musica, tecnologie e reale hanno tessuto – nel nome di Acutis – volti e storie. Come? Con le tecnologie, certo, ma anche consumando le suole delle scarpe, unendo la tradizione con la modernità. Ed è proprio qui che sta il valore aggiunto, quello che nessuna tecnologia, nemmeno la più innovativa, saprà eguagliare. Perché se le tecnologie sono sicuramente un aiuto prezioso nella nostra quotidianità, là dove la tecnologia fa i capricci è risolutiva la creatività e l’ingegno dell’uomo.
Nella tarda mattinata di giovedì, il teatino Matteo Passarelli, autore delle musiche originali di “Carlo Acutis e la Chiesa nell’era dei social”, ha spiegato come nasce una colonna sonora ai ragazzi della sezione musicale del liceo Pascoli di Bolzano. In una videolezione ha mostrato loro come la musica riesca a far vedere quello che l’occhio non riesce a cogliere. Ai ragazzi ha parlato di verità, di emozioni vere, a guardare la musica, a sentire quello che non si vede con gli occhi. E con lui c’era anche Stefano Matranga, giovane compositore che ha firmato la canzone “Pare parecchio Parigi”, che fa da colonna sonora all’omonimo film di Leonardo Pieraccioni (2024).
Ad accompagnare la doppia proiezione di “Carlo Acutis e la Chiesa nell’era dei social” – una per i ragazzi dell’istituto al mattino e una, in serata, aperta a tutti –, che si è svolta il giorno successivo nella sala Don Bosco dell’istituto Rainerum, è arrivato a Bolzano Iago Stamigna, che del docufilm è stato il direttore della fotografia, nonché co-autore e primo operatore.
Il racconto di come è nata l’idea di questo film, dei momenti avventurosi che ne hanno caratterizzato la realizzazione, così come la spiegazione su come e con che cosa sono state realizzate le riprese, hanno permesso ai ragazzi, che hanno partecipato alla proiezione della mattina, di avvicinarsi alla figura di Carlo Acutis, che nell’immaginario comune può apparire come una persona distante, inarrivabile, ma che nella realtà era un adolescente tanto quanto lo sono loro. Un loro compagno di banco, a cui sono idealmente legati ancora oggi dalla rete di internet che agli inizi del nuovo millennio era agli albori e nella quale i giovani di oggi sono di casa.
Alla testimonianza in presenza di Iago Stamigna, si sono intrecciati il volto e la voce del regista del docufilm, Marco Matteucci. Un ginocchio “capriccioso” lo ha costretto a casa, ma non è stato certo in grado di fermarlo. E così, in videocollegamento sul grande schermo alle spalle di Stamigna, Matteucci ha dialogato con quanti hanno seguito la proiezione del film. Una rete di volti e voci in presenza e a distanza, che non ha mancato di riservare anche qualche sorpresa. Come la testimonianza di una suora marcellina, presente in sala, che ha ricordato Carlo Acutis attraverso il racconto della consorella sr. Monica Ceroni, che – come si vede anche nel docufilm – di Carlo Acutis è stata insegnante. Ed è proprio da questo racconto, così come dagli intrecci di volti e voci nati attorno a questo docufilm dedicato al “santo di internet”, che la rete digitale prende un volto, si fa sinfonia di voci reali e concrete. E si allarga a dismisura, ancorandosi nel quotidiano.
“L’emozione – si legge nel post pubblicato sulla pagina Fb dell’istituto Leone XIII, dove Carlo Acutis frequentava il liceo classico – inizia già con il primo fotogramma dei film, con le immagini dei tanti giovani che si raccolgono nel nome di san Carlo Acutis, e con quella rosa che sembra bolare sulle loro, e sulle nostre, teste, proteggendoci”.
Come sottolinea sr. Alice Callegari in “Carlo Acutis e la Chiesa nell’era dei social”, due sono le parole che caratterizzano la figura di Carlo Acutis: semplicità e capacità comunicativa. Quella semplicità e quella capacità comunicativa che si ritrovano nei volti e nelle voci custoditi nel docufilm di Matteucci e tenuti magistralmente insieme dalle note delle musiche di Passarelli.
“Custodire i volti e le voci – scrive papa Leone XVI nel messaggio per la 60.ma Giornata mondial per le comunicazioni sociali – significa in ultima istanza custodire noi stessi. (…) Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come al più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica”.