Idee | Pensiero Libero
Modena e Marostica. Un filo rosso unisce le due vicende che in questi giorni stanno tenendo banco nelle pagine (di giornali, social e rotocalchi del pomeriggio televisivo) e che molto hanno scandalizzato e indignato cittadini ed esponenti politici. Nel capoluogo emiliano, sabato 16 maggio abbiamo visto per la prima volta in Italia immagini che sono tornate spesso sui nostri schermi: soprattutto in Francia e in Germania, più volte automobili che si sono abbattute sulla folla in centri cittadini causando vittime, feriti gravi e danni. Attentati terroristici, compiuti da soggetti estremizzati di cultura e religione islamica. In questi caso tuttavia pare trattarsi del gesto fuori controllo di una persona con un profilo psichiatrico critico, uscito dal 2024 dal percorso di cure che lui stesso aveva chiesto. L’unico punto di contatto tra Salim El Koudri – questo è il nome dell’autore del massacro di Modena – e i terroristi che negli anni hanno colpito in Europa sembra essere l’origine araba del nome.
A Marostica, a finire nell’occhio del ciclone è stata la scuola primaria Arpalice Cuman Pertile che negli scorsi giorni ha accompagnato gli alunni in piazza Libertà a Trieste per collaborare nella distribuzione dei pasti ai migranti della rotta balcanica, con alcune attività che facessero loro comprendere le condizioni in cui avviene la migrazione. I video dei bambini in attività hanno attirato l’attenzione di esponenti politici, fino all’interrogazione indirizzata al Ministro per l’istruzione e il merito Valditara che ha confermato l’invio a Marostica degli ispettori.
Ciò che unisce le due vicende, apparentemente lontane, è una domanda: quale rapporto abbiamo, come italiani e veneti, con lo straniero? Con chi abita da anni, magari dopo esserci nato, nelle nostre terre, pur avendo genitori stranieri, come pure con chi arriva qui dopo essere nato e vissuto altrove, magari in condizioni critiche?
Le reazioni che i due fatti di cronaca hanno suscitato meritano una riflessione. Nel caso di El Koudri, non è mancato chi ha chiesto la revoca della cittadinanza. Nel caso di Trieste, chi ha parlato di «lavaggio del cervello ideologico» nei confronti dei bambini. Analizzando gli eventi, ci troviamo di fronte a una scuola che ha deciso di far toccare con mano ai propri alunni una realtà che si verifica oggi, nel nostro Paese. Una realtà severa, dura, per certi aspetti ai limiti dell’umano (come lo è camminare per migliaia di chilometri in boschi e sui monti, di notte e di giorno per approdare in Europa), ma pur sempre una realtà. Il fenomeno migratorio è in corso, coinvolge ogni anno nel mondo circa 80 milioni di persone (dati Unhcr) e l’esplosione demografica che attendiamo in Africa promette di amplificarlo, non di attenuarlo. È ovvio che chi nasce in condizioni precarie intenda migliorarle: prendere atto di questo non è ideologico, è approcciarsi a un dato di fatto. Va da sé che le modalità in cui questa realtà viene raccontata ai piccoli va preparata con cura, ma di certo non si può negare l’importanza di improntare un’azione educativa votata alla convivenza civile e all’inclusione sociale, dal momento che i dati che abbiamo ci dimostrano che il futuro sarà sempre più multiculturale e multireligioso.
Sull’inclusione si è espresso anche Tonino Cantelmi, professore di psichiatria alla Pontificia Università Gregoriana e presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici: «Su questo non possiamo fallire come ha fallito gran parte d’Europa. Dobbiamo mettere in campo una riflessione sulla gestione della rabbia, in generale, e poi sulle difficoltà di integrazione che caratterizzano queste seconde generazioni di cittadini italiani, creando percorsi efficaci».
Erigere muri non è la direzione: ogni muro è fatto per essere abbattuto o scavalcato. A vent’anni dall’inizio dell’immigrazione che ha trasformato la nostra società – prima omogenea e culturalmente compatta – è necessario costruire tessuto connettivo, valutando chi delinque in base alla legge e non al passaporto che detiene.