Idee
L’ appuntamento è nell’aula del Senato il prossimo 3 giugno. Ma anche se la data c’è, non è detto che ci sia chiarezza sui banchi di maggioranza e opposizione riguardo al testo da portare al voto sul fine vita. E mentre in Parlamento riemergono proposte accantonate da tempo, nel resto del Paese le Regioni continuano per la loro strada e registrano casi di applicazione del suicidio medicalmente assistito. L’ultimo riguarda una paziente affetta dal Parkinson, Mariasole, residente in Toscana. La sua morte, la quarta per la Regione, ha sollevato nuovamente la questione della necessità di una disciplina nazionale. «Sebbene una legge statale sia preferibile per definire criteri generali certi, il legislatore si trova in una fase di stallo a causa di visioni bioetiche diametralmente opposte», spiega la professoressa Laura Palazzani, ordinario di Filosofia del diritto all’università Lumsa di Roma.
Da un lato, infatti, vi è chi sostiene il diritto incondizionato alla scelta del fine vita, mentre dall’altro si difende la sacralità della vita umana, temendo che l’introduzione di eccezioni possa innescare un pendio scivoloso verso un allargamento incontrollato dei casi consentiti.
Già nel 2019, la sentenza 242 della Corte Costituzionale, originata dal caso di Dj Fabo, aveva sollecitato il Parlamento a intervenire entro un anno. I giudici nel pronunciamento avevano introdotto un’eccezione al divieto di istigazione e aiuto al suicidio. L’apertura era vincolata a quattro condizioni concomitanti: la presenza di trattamenti di sostegno vitale; una malattia irreversibile; una sofferenza insopportabile e la volontà esplicita del paziente. Il nodo, però, rimaneva e i giudici lo mettevano in chiaro: poiché i requisiti erano soggetti a interpretazioni mediche e psicologiche, la Corte sollecitava l’intervento del legislatore per una regolamentazione adeguata, specialmente in merito al ruolo delle Regioni. Ma a distanza di sette anni, «la politica – continua la professoressa – non ha ancora trovato una mediazione, lasciando aperte dispute interpretative sui criteri identificati dalla Corte stessa, come il concetto di malattia terminale rispetto a quella genericamente inguaribile, la natura della sofferenza (fisica o psichica) e la definizione dei trattamenti di sostegno vitale».
Nel confronto sul tema, la Chiesa ribadisce da tempo la necessità di evitare ogni forma di accanimento terapeutico, «inteso come un’ostinazione sproporzionata e irragionevole», ricorda mons. Renzo Pegoraro, arcivescovo titolare di Gabi e presidente della Pontificia accademia per la vita. Allo stesso tempo, si esprime ferma contrarietà verso quegli interventi che anticipano o causano direttamente la morte. «Il messaggio centrale resta la valorizzazione della vita anche nelle sue fasi terminali, sottolineando l’importanza di un accompagnamento integrale che unisca competenze medico-infermieristiche a un sostegno psicologico, spirituale e comunitario, valorizzando profondamente il ruolo del volontariato», afferma mons. Pegoraro. «È necessario riaffermare l’importanza di uno sforzo congiunto, che sia al contempo culturale, sociale e sanitario, per garantire la cura della persona nel pieno rispetto della vita e della naturale accettazione della mortalità».
Un elemento cardine resta il potenziamento delle cure palliative. «Nonostante siano considerate fondamentali e necessarie per alleviare il dolore – osserva la professoressa Palazzani – queste non rappresentano sempre una risposta definitiva per tutti i pazienti, i quali possono comunque scegliere di richiedere il suicidio assistito nonostante l’accesso alle terapie del dolore».
In una società pluralista, la Chiesa promuove una cultura della vita sostenendo gli strumenti legislativi già esistenti che offrono risposte concrete ai bisogni dei malati. Tra questi, spicca la legge 38 del 2010, eccellenza riconosciuta anche a livello internazionale, che sancisce il diritto alle cure palliative e alla terapia del dolore. «L’applicazione capillare di questa norma su tutto il territorio nazionale – commenta mons. Pegoraro – è fondamentale, poiché una presa in carico globale che coinvolga anche la famiglia riduce la necessità di ricorrere a soluzioni estreme. Uno sforzo coordinato tra Governo e Regioni per finanziare adeguatamente queste cure renderebbe il sistema sanitario non solo più umano, ma anche più sostenibile, riducendo i costi legati ai trattamenti sproporzionati».
Il rispetto della dignità e della libertà del soggetto è garantito anche dalla legge 219 del 2017 sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat), che permette al paziente di rifiutare o sospendere qualsiasi trattamento. «Sebbene – precisa mons. Pegoraro – la rinuncia alle cure non sia sempre condivisibile sotto il profilo etico, essa rientra nella sfera di responsabilità individuale e prevede comunque il diritto a essere accompagnati e sedati per evitare inutili sofferenze. L’ordinamento attuale offre già gli strumenti necessari per rispettare la volontà della persona senza dover istituire un diritto al suicidio». L’obiettivo deve rimanere il diritto alla cura e all’accompagnamento dignitoso, «garantendo che nessuno sia lasciato solo nel momento del massimo decadimento fisico».
Il tema sul fine vita è tornato al centro del dibattito politico dopo la presentazione, il 13 maggio a Palazzo Ferro-Fini a Venezia, del docufilm Lasciami morire ridendo. «Ritengo che sia assolutamente necessaria una legge che disciplini in modo chiaro il fine vita, rispettando le diverse sensibilità, ma garantendo tempi certi nelle risposte da dare ai cittadini» ha affermato il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia.