Mosaico
L’ultimo capitolo discografico di Luca Francioso – chitarrista fingerstyle, scrittore e grafico dai natali reggini, adottivo padovano da lungo tempo – è 5.0. Un lavoro solo apparentemente “compilativo” che trova ispirazione nel particolare momento di vita (il compimento dei 50 anni) ma che, al posto di riunire insieme episodi sparsi, riesce a fare della storia musicale racchiusa una fotografia del presente, coerente con l’artista e l’uomo d’oggi: Francioso re-immagina e risuona ogni brano con la ricchezza del bagaglio accumulato e la curiosità di chi continua il proprio viaggio.
Una raccolta rappresenta il bilancio di un percorso, ma anche un biglietto da visita per nuovi ascoltatori: come sono stati selezionati i 15 brani di 5.0?
«Il titolo già palesa un’intenzione importante, ossia quella di porre l’accento sui miei 50 anni. Non si tratta di una celebrazione, però è sicuramente un traguardo speciale, quantomeno nella rotondità del numero e per tutto quello che si porta dietro. Avrei avuto l’occasione, il marzo prossimo, di ricordare i primi 30 anni di carriera, invece ho preferito dare più spazio al percorso umano. L’intento non è girarmi indietro per vedere ciò che ho fatto, ma più un osservare e comprendere dove sono arrivato. Per cui lo sento come un bilancio rivolto al presente. Questa la mia intenzione e anche la chiave con la quale ho scelto i brani: non mi sono posto limiti, ho sfogliato l’album sonoro delle mie cose e ho scelto soltanto quei pezzi che mi emozionavano ancora, che mi somigliano ancora: non i più riusciti o quelli più ascoltati, ma quelli che, suonandoli, mi fanno ancora vibrare».
E in questa particolare scelta, c’è un periodo che ricorre maggiormente?
«Da Il rifugio in poi sono composizioni abbastanza recenti e che hanno ovviamente una “fisionomia” più simile a quella che ho oggi. Ad ogni modo, resta l’idea di un cammino, di un divenire e, soprattutto, il disco si pone come un atto di gratitudine per dove sono arrivato. Ho apportato piccoli aggiornamenti – una nota fuori posto, un respiro differente, un modo diverso di approcciare il pezzo – e questo è linfa vitale per tutti gli ascoltatori, per certi versi è come se fosse un disco nuovo, non una raccolta. I titoli li ho lasciati integri, senza specificare che si tratta di nuove versioni e ho rispettato la successione cronologica originale per creare un discorso fluido».
Il tutto culmina in Inedito, l’ultimo brano: un canto ammaliante di note di chitarra che presenta anche una doppia anima musicale.
«Sì, Vita in beta, il titolo vero e proprio, rivela il concept che c’è dietro tutto il lavoro: ho pensato che come in un software nella realtà non c’è mai la release definitiva, ma ci sei tu, che sei, appunto, lo “sviluppatore” della tua vita. Il pezzo racconta il dualismo che vivo da sempre tra una leggerezza nostalgica e un’inquietudine istintiva, un binomio che nel corso degli anni ho associato a due parole: una è gallese, Hiraeth, che indica la nostalgia di una casa mai vista né conosciuta, nella quale però senti in qualche modo di esserci stato; la parte più irrequieta la lego a un termine inuit, Iktsuarpok, che questo popolo usa quando deve ricevere ospiti che arrivano da un altro villaggio e racchiude l’ansia e la gioia di vedere qualcuno che viene da lontano, l’andare continuamente alla finestra a controllare: per me equivale all’irrequietezza artistica, al fatto di non stare mai fermo. Ho cercato di unire queste due sfumature del mio carattere e tradurle in musica».
Ci sono anche due brani cantati, Il rifugio e Frontiera, a testimonianza che il Progetto voce ora è ufficialmente integrato nella sua poetica e nel suo mondo espressivo.
«Il numero non è casuale, perché volevo che la percentuale fosse a favore del percorso strumentale, per anni la mia unica voce. Mi è sembrato tuttavia rispettoso dare spazio a questa forma che si è unità lungo il percorso, anche perché i testi in questione sono delle sedute psicanalitiche, attraverso quei brani ho potuto conoscermi meglio. Sono dei capitoli importanti all’interno dell’ascolto».