Fatti
(da Las Palmas) Sono una esplosione di gioia e energia. Corrono, saltano, si abbracciano, amano farsi fotografare alzando le mani in segno di vittoria. Alcune di loro hanno appena compiuto 18 anni. I loro sogni sono quelli tipici delle ragazze della loro età. Non sono chiari. C’è chi dice di amare la danza e chi vuole continuare a giocare a basket. Ma hanno tutte una direzione ben precisa: “vogliamo costruirci la nostra storia qui, in piena libertà”. Vengono dal Gambia, dalla Guinea, dalla Guinea Conakry, dal Mali e dal Senegal. Hanno attraversato terra e mare, vaste distese di deserto e oceano. Alla domanda se hanno avuto paura di attraversare il mare, abbassano gli occhi e ammettono di sì.
Lo hanno fatto in pieno inverno e di quella attraversata ricordano: “ci abbiamo messo tre giorni e tre notti e tremavo di freddo”.
Le incontriamo nel Centro “Sagrado Corazón” di Las Palmas, uno dei centri gestiti dalla Fondazione Cruz Blanca dei Fratelli Francescani di Cruz Blanca.
La Fondazione si trova nel centro storico di Las Palmas, a pochi metri dalla cattedrale e dal vescovado. La speranza degli operatori e di queste ragazze è che il Papa riesca a venirle a trovare nella “loro casa”. La Fondazione è una realtà composita. Offre vari servizi e centri di accoglienza. Anche se le storie sono diverse, come pure la provenienza geografica, sono tutte segnate da un passato di sofferenza e povertà. Oltre alla Casa del “Sagrado Corazon” dove attualmente sono ospiti 34 donne, la fondazione offre un Centro diurno rivolto a donne che si trovano in situazione di prostituzione. Tamara Monson, una delle operatrici, parla di donne provenienti soprattutto dall’Ispano America, dal Venezuela e dalla Colombia. Vengono ingannate con la prospettiva di un lavoro e una volta caricate sull’aereo, sono trascinate in un tunnel di sfruttamento sessuale dal quale poi è molto difficile uscire.
La prostituzione è un mercato fiorente a Gran Canaria che gira attorno alla vita notturna del turismo, con clienti di tutte le età e nazioni.
Il centro offre servizi di prevenzione hiv, andando anche sulla strada, assistenza sanitaria e legale.
Dagli uffici del centro diurno, si accede alla “Casa di Assistenza Umanitaria”, un centro di accoglienza integrato che si prende cura di donne (attualmente sono ospiti 25 ragazze, compresi i bambini) arrivate via mare. “Si tratta di donne potenziali vittime di tratta o che vivono in situazioni di estrema vulnerabilità”, racconta Paula Dosantos, psicologa. Molte arrivano qui dopo essere fuggite dai loro Paesi, soprattutto dell’Africa subsahariana. Le ragioni della fuga sono diverse, ma sono tutte segnate da storie di violenza. Alcune scappano perché non vogliono subire, o non vogliono che venga praticata sulle loro figlie, la mutilazione genitale femminile. Altre fuggono dalla guerra.
C’è chi non ha mai avuto un’infanzia e a 14 anni, o anche prima, è stata costretta a sposarsi e all’interno del matrimonio ha subito gravi violenze di genere, numerosi stupri e discriminazioni.
“Quando finalmente arrivano qui – dice Paula -, portano con sé un peso enorme: una storia dolorosa dalla quale serve tempo per riprendersi”. La casa offre un rifugio temporaneo. “Cerchiamo di offrire loro un ambiente sicuro e una volta raggiunto un minimo di stabilità, le aiutiamo con la documentazione e con il percorso di integrazione. Effettuiamo colloqui individuali per capire i loro interessi e i loro bisogni. Ogni caso viene studiato singolarmente, così da poter offrire il miglior supporto possibile”.
E’ sempre della Fondazione Cruz Blanca, il Centro Leon, che ospita circa 700 persone. Ma qual è la chiave per un approccio efficace in questo tipo di lavoro? “È un approccio misto”, risponde Roberto Zuppa, avvocato italiano. “La chiave fondamentale è la prima presa in carico della persona dove vengono prese e fornite le informazioni generali essenziali. Dopo questa prima fase, organizziamo il lavoro distribuendo le varie competenze e costruendo risposte individualizzate”. E’ un lavoro di equipe che vede la collaborazione di varie figure professionali, dagli assistenti sociali, agli psicologi, ai mediatori culturali, agli educatori. In questo modo riusciamo, almeno in parte, a dare una risposta concreta anche a numeri molto elevati di persone”.
Accogliere, accompagnare, trasformare. Questi i tre “verbi” che accompagnano il lavoro dei 130 operatori che prestano servizio ai Centri della fondazione Cruz Blanca. E’ fr. Jahir, giovane religioso della congregazione francescana della Cruz Blanca, a elencarli. E aggiunge: “È difficile offrire speranza a persone che hanno lasciato le loro case e sono arrivate in questo Paese in circostanze così difficili, ma credo che proprio per questo le parole di Papa Leone risuoneranno ancora più forti perché toccheranno una terra dove c’è siccità, dove manca l’acqua, dove ci sono state tante lacrime.
Credo che le sue parole di speranza potrebbero mettere radici profonde in queste vite segnate dal dolore, rendendole fertili, nutrendole e fornendo nuova forza a chi ha ora bisogno di ricominciare”.