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Preoccupazione, rabbia, impotenza, talvolta disperazione. La consapevolezza sempre più diffusa degli effetti della crisi climatica alimenta, soprattutto nei più giovani, uno stato di ansia e incertezza verso il futuro che oggi viene spesso definito “ecoansia”.
«Dal punto di vista psicologico, però, forse il tema è più ampio – osserva Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto – C’è una forte percezione del divario tra la consapevolezza del problema e la possibilità concreta di incidere con le proprie azioni».
Da qui nasce un senso di smarrimento che può diventare frustrazione e impotenza: «L’idea stessa di costruire il proprio futuro – sottolinea Pezzullo – rischia di apparire sospesa o minacciata da forze percepite come fuori dal proprio controllo. E questo, psicologicamente, è molto disorientante».
A essere più esposti sono soprattutto i giovani, per ragioni sia anagrafiche sia generazionali. «Sono loro a immaginarsi dentro un orizzonte temporale lungo, nel quale gli effetti della crisi climatica saranno sempre più evidenti». Ma c’è anche un elemento culturale: la “generazione Z” mostra una sensibilità più marcata verso la dimensione collettiva e verso bisogni che vanno oltre la sola produttività rispetto a quelle cresciute in decenni in cui il focus era maggiormente legato alla stabilità economica e al lavoro.
Il rischio, avverte il presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, è oscillare «tra un catastrofismo estremo e una forma di cinismo indifferente». Ma con una precisazione importante:
«La crisi climatica non è una paura astratta, esiste una base reale di preoccupazione perché è un dato di fatto e la sua evoluzione preoccupa molto anche la comunità scientifica».
In questo scenario anche i social network giocano un ruolo ambivalente. Da un lato, spiega Pezzullo, contribuiscono ad aumentare informazione e consapevolezza e possono diventare strumenti di coordinamento e mobilitazione collettiva; dall’altro, possono alimentare forme di catastrofismo a causa di un dibattito che spesso si polarizza su dimensioni molto emotive e poco concrete. «In alcuni casi si finisce per trasformare l’impegno ambientale in una sorta di “performatività” individuale: il singolo mostra il proprio gesto virtuoso, anche positivo, che rischia tuttavia di rimanere isolato e scollegato da azioni collettive e strutturali, quelle davvero necessarie per incidere sul fenomeno complessivo. Così il dibattito può diventare più conflittuale, superficiale e polarizzato, mentre avrebbe bisogno di tecnicizzarsi».
A trasformarsi in maniera profonda è anche il modo in cui molti giovani immaginano il proprio futuro.
«La generazione precedente – spiega Pezzullo – è cresciuta con l’idea che impegnarsi, studiare e lavorare avrebbe garantito stabilità e prospettive. Oggi questa promessa appare molto meno solida».
A pesare è una somma di fattori: crisi climatica, precarietà lavorativa, guerre, frammentazione sociale, ma anche l’impatto delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale. Anche quei “corpi intermedi” che in passato contribuivano a dare stabilità e punti di riferimento, come partiti, associazioni o comunità religiose, oggi appaiono più deboli. «I giovani vivono una sensazione diffusa di precarietà – conclude Luca Pezzullo – Più che di sola ecoansia, forse, bisognerebbe parlare di una più ampia ansia del futuro».
L’ecoansia «non va letta come una diagnosi in senso stretto, ma come una risposta emotiva sempre più diffusa di fronte alla percezione degli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale» spiega Michele Orlando, consigliere dell’Ordine delle psicologhe e degli psicologi del Veneto. Una «forma di attivazione ansiosa» che guarda al futuro: alla paura di ammalarsi, di vivere in un ambiente meno sicuro, di lasciare alle nuove generazioni un mondo più fragile. A pesare sono spesso anche senso di colpa e impotenza. Ma, sottolinea Orlando, la risposta non può essere soltanto individuale o razionale: «Le emozioni non si gestiscono solo con la logica, vanno accolte, comprese e lasciate decantare, per poi costruire strategie condivise: in questo senso sentirsi parte del cambiamento, poter agire, aiuta a ridurre il senso di impotenza». Da qui l’importanza di un approccio collettivo e multidisciplinare: «L’emergenza climatica non può essere vissuta come un problema del singolo, ma è una questione collettiva che richiede una coscienza condivisa e sostegno reciproco. La psicologia può contribuire a leggere l’impatto emotivo degli ambienti, dello stress climatico e della qualità degli spazi sulla vita delle persone».
In un rapporto pubblicato nel 2017, l’American Psychological Association – la più importante associazione di psicologi negli Stati Uniti – definì formalmente l’ecoansia come «una paura cronica della catastrofe ambientale».