Idee
C’è un’umanità che vive ai bordi della vita della città: è il popolo delle case di riposo per anziani (Rsa) che in Italia arriva attorno alle 400.000 persone. Sono luoghi di assistenza sociosanitaria ai quali si stanno affiancando i luoghi dell’assistenza domiciliare prevista da una recente legge nazionale che ha però bisogno di tempo per assestarsi e rispondere alle domande del territorio.
Sono luoghi nei quali l’esistenza umana attraversa il tempo della fragilità e proprio per questo motivo sono scuole dove si impara a vivere. Per rendersene conto occorre entrare in punta di piedi, sostare in ascolto di voci spesso flebili, stupirsi di gesti infinitamente teneri, scoprire sguardi che sembrano perdersi nel vuoto mentre, invece, guardano altrove.
C’è una coppia in sala, lui in carrozzina e lei seduta accanto. Si tengono per mano e se una mano scivola per la stanchezza subito l’altra la cerca e la stringe. Con la stessa intensità entrambi stringono le mani di altri. “Amano – commentava lo scrittore francese Christian Bobine – toccare le mani che qualcuno tende loro, tenerle a lungo nelle proprie mani e stringerle. Linguaggio esente da errori “.
C’è una donna che legge ogni mattina il giornale e quando qualcuno siede accanto a lei condivide le sue preoccupazioni per il futuro dei nipotini, lei che l’ha conosciuta da bambina chiede quando finirà la guerra.
C’è qualcuno che nella sala da pranzo improvvisamente grida e tutti ascoltano in silenzio, capiscono che in quel grido c’è una domanda a cui loro non sanno rispondere ma di cui avvertono il senso.
Ci sono gesti e parole che consegnano un magnifico dipinto di umanità.
Si entra in questi luoghi pensando di trovarvi la tristezza, la sofferenza, il senso di inutilità: tutto questo indubbiamente c’è ma ci sono anche sorprendenti racconti di speranza, di fiducia, di attesa.
Si entra pensando di condividere la fatica di vivere e, al contrario, si scopre di essere entrati in una grande scuola dove si impara a vivere.
“Queste persone dall’anima e dalla carne ferite – scriveva ancora Christian Bobin – hanno una grandezza che non avranno mai quanti portano la propria vita in trionfo”.
Sono persone che quando nacque la Repubblica erano bambini, bambine, adolescenti. Nella Festa della Repubblica perché non immaginarli con altri ad aprire la celebrazione nazionale e dire al Paese che una persona non fiorisce malgrado il limite ma spesso attraverso il limite?
È un sogno ma una fuga dalla realtà: come non raccogliere da 400.000 presenze-assenze, da queste cittadine e da questi cittadini, da queste mani che si cercano e si stringono, un messaggio di speranza per gli 80 anni della nostra Repubblica?